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autore:Unknown
Format: epub
pubblicato: 2014-03-19T00:00:00+00:00


Il prossimo e altri mostri: appello alla violenza etica

di Slavoj Zizek

Una critica della violenza etica?

Bertolt Brecht, in una delle sue storie sul signor Keuner, ha messo nero su bianco senza girarci intorno il nucleo platonico della violenza etica: «Quando chiesero al signor K. “Ma cosa fa lei quando ama un’altra persona?” lui rispose, “Ne faccio una copia e curo la somiglianza”. “Di che, della copia?” “No” disse K. “della persona”.»1 Oggi più che mai, nell’era dell’ipersensibilità alle “molestie” provenienti dall’Altro, dove la pressione etica è esperita come la doppia faccia della violenza del potere, abbiamo bisogno di una posizione radicale. Un atteggiamento “tollerante” non coglie che nel mondo come noi oggi lo conosciamo il potere non sta più nella censura, ma in un illimitato permissivismo o, come dice Alain Badiou nella quattordicesima tesi di Quindici tesi sull’arte contemporanea: «L’Impero, convinto di poter controllare tutto ciò che giunge alle nostre orecchie e ai nostri occhi attraverso le leggi che regolano la circolazione delle merci e i mezzi di comunicazione di massa, non censura più niente. Arte e pensiero cadono in rovina quando accettiamo questa autorizzazione al consumo, alla comunicazione, al godimento. Dovremmo diventare i più spietati censori di noi stessi.»2

Effettivamente, la nostra posizione ideologica oggi sembra diametralmente opposta al sessantotto: gli slogan inneggianti alla spontaneità, all’espressione creativa del sé, eccetera, sono oggi adottati dallo stesso sistema. Cioè, ci siamo lasciati alle spalle la vecchia logica del sistema che si rigenera attraverso la repressione e il rigido incanalamento degli impulsi spontanei dell’individuo. La non alienazione della spontaneità, dell’espressione e della realizzazione del sé è direttamente posta al servizio del sistema, motivo per cui una spietata autocensura è la conditio sine qua non di una politica dell’emancipazione. Per quanto riguarda l’arte poetica soprattutto, questo significa che bisognerebbe respingere in toto l’attitudine ad esprimere se stessi, a mettere in mostra i propri sogni, desideri e turbamenti più intimi. La vera arte non ha assolutamente niente a che vedere con il nauseante esibizionismo emotivo: se l’idea classica dello “spirito del poeta” corrisponde alla capacità di mostrare i propri più intimi turbamenti, allora la dichiarazione di Vladimir Majakovskij circa la sua scelta di abbandonare la poesia intimista per la propaganda politica («ho dovuto mettere un piede in bocca alla mia Musa») è l’atto costitutivo del vero poeta. Se esiste qualcosa in grado di provocare il disgusto del vero poeta è proprio la scena di un caro amico che ci apre il suo cuore, rivelando tutto il marcio della sua vita più segreta. Quindi dovremmo rifiutare nel modo più assoluto la contrapposizione classica fra scienza in quanto “oggettiva”, perché concentrata sulla realtà, e arte in quanto “soggettiva”, perché concentrata sulla nostra reazione emotiva alla realtà oggettiva e sulla libera espressione di noi stessi. Se non altro perché la vera arte è più a-soggettiva della scienza. Per la scienza io resto una persona con le sue caratteristiche patologiche e semplicemente affermo che l’oggettività esiste al di fuori di esse, mentre l’arte, il vero artista deve subire una radicale oggettivizzazione del sé: deve morire in sé e per sé, diventare una sorta di morto vivente.



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