Io e l'asino mio by Valentina Crepax

Io e l'asino mio by Valentina Crepax

autore:Valentina Crepax [Crepax, Valentina]
La lingua: ita
Format: epub
editore: Bompiani
pubblicato: 2020-08-05T22:00:00+00:00


Cibo

A casa mia il cibo ha sempre avuto un sapore diverso da quello che si mangiava dalle altre parti. A volte aveva perfino un sapore diverso dal cibo. Poi, con l’evoluzione della specie le cose sono cambiate: non migliorate. Almeno non sempre. Comunque i Crepax non hanno mai avuto il culto del cibo né lo hanno mai vissuto come una tradizione da rispettare e tramandare, tranne nel caso del Sartù.

Mia nonna Maria cucinava per suo marito. Punto. Quando Gilberto suonava alla Scala usciva presto, prima di cena, e lei gli preparava un energetico zabaione giallo e fumante. Buono. La Maria Macola mangiucchiava tutto il giorno biscottini salati e caramelle mentafernet e quando si sedeva a tavola diceva: “Oggi non ho niente di fame”.

Mia madre, dopo averci raccontato decine di volte dei sensi di colpa per quella pelle di salame che pendeva vuota nella cantina, mentre sua madre negli anni della guerra si consolava all’idea di avere come riserva l’insaccato ormai sacco, ha sempre pensato e detto e stradetto che mangiare è solo una necessità. Per quello si era pappata tutto il salame, aveva fame.

Negli anni Sessanta a Milano c’erano il lattaio, il macellaio, il salumiere, il panettiere o fornaio e il droghiere. C’erano anche le edicole e i benzinai che adesso non ci sono più ma non vendevano roba da mangiare. Fare la spesa era, quindi, una gran rottura; soprattutto per una madre di famiglia che amava la sua famiglia ma che avrebbe preferito cibo in pillole. L’ha sempre detto.

Le polpette, a volte sostituite dal polpettone a casa mia erano un classico che poteva durare una settimana. Le ultime ingentilite da salsa di pomodoro (versata direttamente dal barattolo) e piselli (versati direttamente dal barattolo). Gli spaghetti dei napoletani poveri erano così: si sbarattolavano in una zuppiera olive nere e capperi e poi gli spaghetti che si raffreddavano subito per cui bisognava essere lì pronti con la forchetta in mano. Il purè liofilizzato e il prosciutto che mia madre rifiniva fetta per fetta con le forbici perché il grasso fa male. Uova sode, frittata, patate lesse schiacciate con il formaggino Mio e quintali di crema pasticcera che va bene come dessert, merenda e prima colazione.

Da questa cucina siamo usciti io, i miei fratelli e i nostri figli e ognuno di noi è in grado di offrire mirabolanti variazioni sul tema.

Leone e la Natalia, tira di qua e tira di là sono riusciti a spartirsi il codino di un porceddu, picchiavano la forchetta sul tavolo invocando fegato alla veneta e hanno sperimentato senza battere ciglio, anzi, un rinomato ristorante di Monaco di Baviera dove servono polmone in umido anche senza gatti. La Natalia si esibisce in torte scenografiche e ha vinto un premio con L’urlo di Munch di pan di Spagna. Leone il fisico sperimenta la cucina sous vide ma anche con la parmigiana scientifica non se la cava male. La Rosa e la Carlotta più simili alla Luciana mangiano spesso dal pacchetto (l’ho visto su Instagram). L’Alice, con al seguito Diego



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