Lezioni napoleoniche by Ernesto Ferrero

Lezioni napoleoniche by Ernesto Ferrero

autore:Ernesto Ferrero [Ferrero, Ernesto]
La lingua: ita
Format: epub
editore: Mondadori


V

La comunicazione

Gli uomini in universali iudicano più agli occhi che alle mani … ognuno vede quello che tu pari, pochi sentono quello che tu se’; e quelli pochi non ardiscano opporsi alla opinione di molti, che abbino la maestà dello stato che li difenda.

N. MACHIAVELLI, Il Principe

È stupefacente il potere delle parole sugli uomini.

NAPOLEONE

N. a Las Cases: «L’opinione pubblica è una potenza invisibile, misteriosa, alla quale nulla resiste. Nulla è più mobile, più vago e più forte; e benché sia capricciosa, resta tuttavia vera, ragionevole, giusta, molto più spesso di quanto si pensi». È alla potenza invisibile ma reale dell’audience, che con i nuovi tempi diventa soggetto politico, che N. dedica le innovazioni che fanno di lui l’inventore delle moderne tecniche di comunicazione: «Una gran reputazione produce un gran frastuono. Più se ne fa, più arriva lontano. Leggi, istituzioni, monumenti, nazioni, tutto passa. Ma quel frastuono rimane, rimbomba nelle altre generazioni». La polvere del tempo cancella tutto, «salvo l’opinione di noi che imprimiamo nella storia».

La questione della propria legittimità agita N. per tutta la vita. A Metternich, giugno 1813: «I vostri sovrani, nati sul trono, possono lasciarsi battere venti volte in battaglia e rientrare sempre nelle loro capitali. Io non posso, perché sono un soldato parvenu. Il mio dominio finirà il giorno in cui avrò cessato d’essere forte, e quindi d’essere temuto». Questa ossessione non lo lascerà tranquillo nemmeno a Sant’Elena, perché gli inglesi continueranno a chiamarlo ostentatamente «generale Bonaparte»: per loro resta un avventuriero che ha usurpato titoli che non gli spettavano.

La ricerca, la manipolazione e la manutenzione del consenso rappresentarono dunque per N. una necessità primaria, cui ebbe modo di applicare uno speciale talento di giornalista e scrittore e una profonda conoscenza della psicologia umana. Si può anzi dire che le più sofisticate strategie della persuasione occulta nascono con lui, geniale pubblicitario di se stesso che riuniva le competenze di un direttore delle relazioni esterne, di un uomo di marketing che inventa anche il merchandising di se medesimo, di un art director, di un copywriter.

N. sa che è più facile vendere un’immagine convincente e che le tecniche più sofisticate possono fallire laddove non le sorregge la bontà del prodotto. Egli agisce dunque su un doppio fronte. Da una parte promuove l’immagine dell’uomo di valore che si è fatto da solo, deve il successo ai propri indiscutibili meriti, ma è capace di restare «uno di noi», soprattutto con i suoi soldati. Dall’altra perfeziona l’immagine sfolgorante dell’imperatore assunto nel cielo delle vittorie, l’icona del Potere trionfante, la certificazione delle vette raggiunte dallo scalatore che nacque borghese. Alla mano, sì, ma grande, anzi incommensurabile: «Nell’idea di farsi imperatore c’è la necessità di colpire l’immaginazione», chiosa lucidamente N., che si rifà all’iconografia classica dell’impero romano, con i suoi simboli di vittoria, e alla millenaria esperienza della Chiesa, che sa come abbagliare i fedeli con la magnificenza delle sue chiese, dei culti, dei riti, delle liturgie (musiche e incensi, suoni e luci).

Il fasto imperiale è in un certo senso obbligatorio: è qualcosa che il popolo esige per sentirsi come confermato nella bontà delle proprie scelte.



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