Una cosa divertente che non farò mai più by David Foster Wallace

Una cosa divertente che non farò mai più by David Foster Wallace

autore:David Foster Wallace
La lingua: ita
Format: mobi
pubblicato: 2013-05-31T22:00:00+00:00


Ore 9.45-10.00:

Per ricaricarmi psicologicamente ritorno nella mia cara 1009. Mangio quattro frutti che assomigliano a minuscoli mandarini, ma sono più dolci, e guardo per la quinta volta questa settimana la parte di J.P. quando i Velociraptor tendono un agguato ai bambini superdotati nella cucina specchiata e istituzionale, e mi accorgo di nutrire per i Velociraptor una simpatia prima insospettabile.

Ore 10.00-11.00:

Tre eventi simultanei di Divertimento Organizzato, tutti sul ponte 9: Torneo di Freccette, prendi la mira e fai centro! Shuffleboard, unisciti agli altri per il classico gioco di crociera dove devi fare centro con la stecca e i dischi di legno; Torneo di Ping Pong, unisciti allo staff di bordo, con premi ai vincitori!

Lo Shuffleboard organizzato mi ha sempre dato il voltastomaco. Mi dà un’idea di vecchiaia e di morte: è come giocare sulla scorza del nulla e il suono stridente del disco che scivola è il suono di quella scorza che viene a poco a poco abrasa. Ho anche una paura, patologica ma del tutto giustificata, delle freccette, causata da un trauma infantile troppo complicato e spaventoso per parlarne qui, e ora che sono adulto evito le freccette come il colera.

Il motivo per cui sono qui è il ping pong. Sono un giocatore di ping pong eccezionale. Il Nadir Daily fa un uso eufemistico del termine torneo, perché non si vedono né tabelloni né trofei, e non gioca nessun nadirita. Il vento forte e costante sul 9 di poppa scoraggia una buona affluenza al torneo di ping pong. Oggi sono stati organizzati tre tavoli (a un’equa distanza dal torneo di freccette, e vista la qualità dei concorrenti mi sembra una misura giudiziosa), e il Professionista del Ping Pong della Nadir (o «3P», come si fa chiamare) se ne sta, con atteggiamento da bullo, accanto al tavolo centrale, e si diverte a far rimbalzare la palla con la racchetta tra le gambe e dietro la schiena. Io faccio schioccare le dita e lui si volta. Sono venuto già tre volte questa settimana a giocare a ping pong, e non c’è mai nessuno qui tranne il caro vecchio 3P, che in realtà si chiama Winston. Siamo arrivati al punto che ci salutiamo con secchi cenni della testa come due vecchi amici che si rispettano.

Sotto il tavolo centrale c’è una scatola enorme di palline da ping pong nuove, e a quanto pare nel deposito blindato dietro il campetto di allenamento di golf ce ne sono molte altre, e questa è un’altra scelta giudiziosa, visto il numero di palline che in ogni partita si rompono o volano a mare101. C’è anche una grossa tavola, fissata al muro di paratia, tutta piena di pioli, e appesi più di una dozzina di modelli diversi di racchette, sia del tipo manico di legno semplice e piatto con sottile strato di gomma granulare economica, sia del tipo manico professionale con nastro intorno e testa con doppio strato di gomma liscia e soffice, nell’affettatissimo motivo bianco e blu navy della Celebrity102.

Come credo di avere forse già affermato, sono un



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