Volevamo uccidere Hitler by Philipp von Boeselager

Volevamo uccidere Hitler by Philipp von Boeselager

autore:Philipp von Boeselager
La lingua: ita
Format: epub, azw3, mobi
ISBN: 9788804586029
pubblicato: 2016-06-07T16:00:00+00:00


Quando i cavalli favoriscono gli incontri

(1943)

L'esercito tedesco non aveva mai smesso di utilizzare i cavalli: a sostegno dell'artiglieria, per supplire alla meccanica difettosa sul fronte russo, per andare in aiuto alle colonne d'approvvigionamento impantanate... Agili e resistenti, i cavalli si rivelavano spesso più affidabili della meccanica.

Nonostante lo sfinimento delle marce ininterrotte fin dall'estate, i cavalli continuavano a rendere non pochi servizi. Gli animali destinati alla cavalleria montata riuscivano a raggiungere i sedici chilometri orari al trotto, mentre quelli da traino arrivavano a tredici. Il freddo non li colse di sorpresa. Mentre gli uomini erano costretti a imbottire le uniformi alla meno peggio, il loro manto si era ispessito, divenendo, con nostro grande stupore, quasi una pelliccia. Quando il fieno e l'avena vennero a mancare nell'immenso deserto di neve, i cavalli reagirono strappando qua e là i rami più teneri degli abeti. Rosicchiavano anche i bordi dei tetti di paglia delle isbe, quando riuscivano a raggiungerli. Davamo loro gli avanzi dei nostri pasti, il che ne fece quasi degli onnivori. Infine presero l'abitudine di succhiare le stalattiti di ghiaccio per idratarsi. La loro adattabilità era eccezionale.

Per noi cavalieri, i cavalli rappresentavano in qualche modo la casa: trasportavano i nostri effetti personali (l'essenziale dell'equipaggiamento, gli oggetti per l'igiene personale) e le tende (ogni cavaliere ne trasportava un quarto). Bisognava vedere, dopo le battaglie, le tenerezze che si scambiavano uomini e bestie quando si ritrovavano! Ovviamente, tra cavalieri eravamo legati dal cameratismo, dalla solidarietà reciproca e dalla certezza che, anche nel silenzio, l'altro ti capisse e ti sostenesse. Ma le bestie, con il loro mantello, il loro muso umido, i loro fremiti, ci procuravano paradossalmente un'intimità fisica, un calore, che anche tra migliori compagni d'armi non potevamo permetterci. Nella durezza estrema della guerra, l'uomo si affidava al cavallo, si appoggiava a lui. E il cavallo, dal canto suo, era incapace di sopravvivere senza le cure del suo padrone. E alla fine non si sapeva più quale dei due, tra cavallo e cavaliere, fosse più utile all'altro.

Da tempo mio fratello Georg rifletteva sul modo di sfruttare il potenziale tattico delle truppe a cavallo. Su quel fronte immenso non era soltanto la potenza di fuoco e l'abbondanza dei materiali a decidere della sorte del conflitto. Peraltro, da quel punto di vista, l'esercito tedesco non era favorito. Con un apparato industriale indebolito dalla grande crisi e ormai gravemente danneggiato dai raid aerei, la Germania non produceva più la stessa quantità di bombe e munizioni che sfornava nel 1917, né sarebbe mai più riuscita a contrastare la superiorità del nemico da quando gli Stati Uniti gli fornivano l'armamento. E non era certo il numero degli uomini che avrebbe invertito quella tendenza: in quel quinto anno di guerra, le classi degli anni 1915-1925 erano state decimate. Si faceva ricorso a reclute sempre più giovani, formate in modo del tutto sbrigativo. La rotazione degli effettivi era particolarmente tragica nella fanteria. Ciò di cui avevamo bisogno per gettare nel caos il nemico, tappare le falle e coprire la ritirata, erano mobilità e reattività, potenziate da un oculato uso dei mezzi materiali.



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