Zancan Niccolò - 2017 - L'undicesimo comandamento by Zancan Niccolò

Zancan Niccolò - 2017 - L'undicesimo comandamento by Zancan Niccolò

autore:Zancan Niccolò [Zancan Niccolò]
La lingua: ita
Format: epub
Tags: Fiction, General
ISBN: 9788820096717
Google: nbHPDgAAQBAJ
Amazon: B071L6C6BM
editore: Sperling & Kupfer
pubblicato: 2017-05-15T22:00:00+00:00


All’età di 27 anni, quando ero appena stato assunto al giornale con un contratto da un milione e 100.000 lire mensili, avevo un capo ossessionato dall’idea che il nostro mestiere fosse immedesimazione. Si chiamava Francesco Cimino, ma tutti lo chiamammo Frank fino al primo giorno di pensione, che fu anche l’ultimo della sua vita, perché morì d’infarto dopo essere venuto in redazione a ritirare la corrispondenza. Stava salutando i guardiani con la mazzetta sottobraccio, aveva detto: «Arrivederci». Ed era stramazzato. Frank sapeva cantare I’ve Got You Under My Skin a livelli ragguardevoli e beveva Jack Daniel’s a partire dall’ora di merenda. Fedele al suo credo professionale, anche lui si immedesimava. Sfoggiava bretelle rosse su camicie azzurre bacchettate, maniche arrotolate come certi gloriosi giornalisti americani. Finiva ubriaco ogni sera, prendeva tre dosi da 200 milligrammi di ibuprofene ogni mattina, senza che nessuno lo avesse mai sentito lamentarsi di qualcosa. Era simpatico e matto come un cavallo, infatti era innamorato perso del giornalismo. E la sua idea del mestiere poteva riassumersi nel precetto sadico che pronunciava ogni volta a bassa voce, con un problema di catarro irrisolto: «Vai cazzo, vai e prova!»

Se c’era un terremoto, l’unico modo possibile per raccontarlo era andare ad abitare in una tenda degli sfollati. Se volevi scrivere dei poveri, dovevi trasformarti in un barbone per una settimana. Se l’autostrada Salerno-Reggio Calabria era un cantiere infinito, dovevi metterti in viaggio all’ora di punta. Ma non da «inviatino», come chiamava lui i colleghi troppo fighetti. Non con l’idea di aver vinto una gita al mare. No. Il 15 agosto. In vacanza veramente, come è ovvio. E quindi, in compagnia della fidanzata londinese che non vedevi da tre mesi. «Altrimenti non puoi capire la frustrazione…» aveva detto Frank al collega prescelto, il povero Alfredo Sabatini, che così aveva detto addio per sempre alla sua Kylee.

A me, forse per via delle occhiaie che mi contraddistinguevano già di primo mattino, sintomo della mia paura di sbagliare tutto, Frank aveva affidato un reportage sugli ultimi eroinomani italiani. E non potendo chiedermi di drogarmi, anche se sono sicuro che ci avesse pensato a lungo, mi aveva ordinato di stare con un tossicodipendente per almeno due settimane. Così avevo imparato tutto sulle crisi di astinenza. E avevo familiarizzato con altri sintomi come la midriasi, cioè la dilatazione delle pupille, gli spasmi, il dolore muscolare, la nausea, il vomito e i crampi allo stomaco. Brividi. Pelle d’oca. Sudorazione improvvisa. Voglia di piangere, insonnia, irrequietezza. Fino alla voglia incontenibile di gridare e prendere a pugni qualcuno, anzi chiunque.

Erano gli stessi sintomi che accusavo io durante quei primi giorni senza telefono, per la prima volta scollegato dal mondo. Ero identico a un eroinomane in crisi di astinenza. Piangevo, e me ne vergognavo. Mi sciacquavo la faccia nel lavandino, e guardandomi allo specchio ero furioso per essermi ridotto così male. Provavo soddisfazione per ogni ferita che mi procuravo lungo i sentieri, passando in mezzo ai rovi, perché il dolore localizzato anestetizzava il grande male che viveva con me.

Una domenica



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