Amerotke 01. La maschera di Ra by Paul Doherty Harding

Amerotke 01. La maschera di Ra by Paul Doherty Harding

autore:Paul Doherty Harding
La lingua: ita
Format: azw3, mobi
pubblicato: 2018-08-17T22:00:00+00:00


9. Iside, principale dea d’Egitto, e rappresentata come una giovane donna col simbolo del trono.

Amerotke uscì nel grande cortile del palazzo. Vi era una folla di mercenari con le loro tipiche armature: gli Shardani dai volti magri sotto gli elmi cornuti, i Dakkari con i copricapi a strisce e gli scudi rotondi sulla schiena, i Radu con la pelle nera coperta di tatuaggi azzurrini, con i lunghi mantelli e le cinture ricamate, gli orecchini e le collane che scintillavano alla luce delle torce, gli Shiri con i berretti e i piccoli archi e i Nubiani neri come la notte con i loro gonnellini di pelle di leopardo e i copricapi piumati. Avevano abbandonato le armi sul terreno al loro fianco e se ne stavano nei portici o sotto le mura. Quando Amerotke si fece strada scusandosi e sorridendo educatamente lo guardarono di sbieco. I mercenari videro il pettorale e l’anello col sigillo e si fecero da parte riluttanti.

La tensione si tagliava col coltello. L’esercito regolare obbediva al generale Omendap e avrebbe attaccato a un suo comando, ma i mercenari rispondevano agli ordini di Rahimere, che li aveva astutamente avvicinati al palazzo. L’esercito regolare era ancora fedele ma le guardie e gli squadroni dei carri, truppe ausiliarie che combattevano solo per profitto, non avrebbero sollevato un dito per la regina.

Amerotke raggiunse i cancelli e guardò indietro. Se Rahimere attaccava il palazzo, l’avrebbe travolto e sarebbe scoppiata la rivolta. I poveri sarebbero sciamati fuori dalle baracche del porto. Cosa avrebbe fatto Amerotke? Non ci sarebbe più stata giustizia, la folla avrebbe attaccato le ville fuori le mura, nessun posto sarebbe stato sicuro. Bisognava prepararsi. Amerotke pensò agli amici di Menfi e ai comandanti delle guarnigioni del Nilo.

Lasciò il palazzo si incamminò nel grande spiazzo di fronte ai cancelli. Le torce legate sui pali cacciavano le tenebre, potenziando la luce della luna piena, un disco d’argento nel cielo scuro. L’atmosfera non era tesa. La folla notturna era intenta ai soliti commerci. Il bel tempo prometteva un ricco raccolto. Un gruppo di sacerdoti dagli abiti bianchi avanzava portando lo stendardo di Amon-Ra, scortato dai mercenari. Amerotke si fermò per lasciar passare una processione funebre. Una famiglia che aveva perso il gatto di casa si era rasa le sopracciglia e portava l’animale mummificato in una cassa al fiume per mandarlo nella Necropoli dei gatti a Bubaste. La famiglia aveva assunto delle prefiche col capo cosparso di cenere che seguivano la processione gettando in aria nubi di polvere, piangendo incessantemente la dolorosa perdita e pregando gli dei che il gatto potesse essere riunito in paradiso coi suoi proprietari.

Amerotke cercava Shufoy, ma fu distratto da un gruppo di schiavi riuniti sotto un ulivo: erano stati recentemente acquistati e ora venivano marchiati sulla fronte, e la piaga veniva strofinata con polvere nera perché non guarisse e indicasse per sempre chi era il proprietario. Gli schiavi erano legati e il proprietario ignorava le loro grida. Amerotke distolse lo sguardo: quella vista gli ricordava il volto sfigurato del povero Shufoy.



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