Anni luce by Andrea Pomella

Anni luce by Andrea Pomella

autore:Andrea Pomella [Pomella, Andrea]
La lingua: ita
Format: epub
Tags: Narrativa, Generica
ISBN: 9788867831760
Google: 9ICoswEACAAJ
editore: ADD
pubblicato: 2018-02-06T23:00:00+00:00


Non ho mai creduto al dualismo Nirvana-Pearl Jam. Penso che a creare una simile competizione fossero soprattutto i media e l’industria discografica. Vero è che Cobain non ebbe parole dolci per i Pearl Jam, e lo ribadì in più di un’occasione come quando, in un’intervista, definì la band di Vedder «pionieri di una fusione commerciale di musica alternativa e cock rock». Ma al di là di qualche schermaglia d’ordinanza, le cose si aggiustarono nel settembre del 1992 quando agli Mtv Video Music Award, mentre Eric Clapton suonava Tears in Heaven, Vedder e Cobain ballarono un lento dietro le quinte dello show. È una scena ridicola, intensa e al tempo stesso scellerata: i due eroi del grunge che si dondolano stretti sulle note della canzone che Clapton aveva dedicato alla memoria del figlio di quattro anni, morto l’anno prima cadendo dal cinquantatreesimo piano di un palazzo di New York. Non c’è, credo, un’immagine migliore di questa per riassumere il carico dissacrante di una generazione che era già fottuta ancor prima di rendersene conto.

Gli anni Novanta sono stati nichilismo, rifiuto, autodistruzione, oscurità, ipnosi. Se dovessi dire che sono stati anni bellissimi è solo perché hanno coinciso con i miei vent’anni. Gli anni Novanta non sono una categoria temporale, non si possono cioè rinchiudere entro due termini cronologici, 1990-1999, ma forse rappresentano qualcosa che va oltre. Ancora oggi, quando passo davanti alla borgata in cui sono cresciuto e rivedo quei grumi di palazzi abbarbicati su un colle all’estrema periferia di Roma, e quando sento dentro di me una pulsione ribelle che si sfoga nel pensiero di una resa autodistruttiva (chi è stato ventenne negli anni Novanta non può contemplare una forma di ribellione che non passi attraverso l’offesa del proprio corpo), quando succede questo, penso che non fosse semplicemente un decennio, ma, in un certo modo, la mia patologia, la disfunzione psico-chimica per la quale, ancora oggi, non trovo rimedio.

All’origine dei Pearl Jam, al di là del movimento grunge, delle oscurità punk, c’è Bruce Springsteen. Che tutto è, fuorché una patologia mentale. Ma, anzi, è luce, racconto, apertura. Non è un mistero che Eddie fosse un fan di Springsteen, che il primo concerto cui assistette, nonché la scintilla che lo spinse verso il rock’n’roll, fosse stato proprio un concerto del Boss nel 1977 a Chicago, quando aveva appena tredici anni. Per quanto mi riguarda, ascolto Springsteen da quando ero un bambino. Alcune sue canzoni sono più che semplici tasselli della mia formazione musicale. Sono frammenti di tempo e spazio, conduttori capaci di dislocarmi in un’altra vita. Ogni volta che ascolto The River, per esempio, sul mio corpo blindato prende forma una specie di tremito, e il sangue comincia a correre rivoltoso e non si ferma più. Precipito dentro quella struggente storia d’amore e disinganno. La storia del manovale della Johnstown Company che sposa Mary dopo averla messa incinta, e passa la vita a rimembrare quei momenti felici della giovinezza. Momenti che ormai lo tormentano come una maledizione. Il ricordo di quando l’amore era innocente e scorreva rapido come quel fiume.



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