Cibrario by cibrario

Cibrario by cibrario

autore:cibrario [cibrario]
La lingua: ita
Format: epub
pubblicato: 2013-01-18T05:00:00+00:00


3.

Girolamo Valcarcel, duca di Albaneta, collezionista

Da mezzo secolo il duca di Albaneta si faceva un vanto di allestire il presepe più bello di tutta Napoli e di possedere veri e propri capolavori. Si trattava, per la maggior parte, di una raccolta ereditata dal padre e dal nonno, entrambi appassionati collezionisti di pastori.

Sui suoi acquisti personali, il duca manteneva il segreto. Costretto dalla duchessa a un’intensa vita sociale, si aggirava al Tennis Club o al Circolo dell’Unione con l’espressione afflitta di un somaro condotto al mercato. Ai ricevimenti la sua aria svagata irritava la duchessa, costretta a sussurrargli decine di volte i nomi degli ospiti e a portarlo per mano a salutare le personalità invitate, di cui invariabilmente Albaneta ignorava la carica. Tendeva l’orecchio alle voci della città solo quando veniva a sapere che un dissesto finanziario o un’eredità contesa avrebbe potuto fargli acquistare un pezzo di valore. Negli anni, si compiaceva, aveva portato a segno un paio di bei colpi: un gruppo di capre e pecore sicuramente di mano di Nicola Vassallo e una Madonna di Giuseppe Sammartino.

La grande occasione, quell’unica, vera, potente emozione che fa da spartiacque nella vita del collezionista, gli era capitata quasi per caso nel giugno 1920: Corrado Petrarulo, una mezzatacca di antiquario che non gli aveva mai proposto niente di interessante ma solo repliche ottocentesche di fattura mediocre, era andato a trovarlo, un sabato mattina, tutto accaldato come se avesse un principio di insolazione. Il duca si era fatto trovare in maniche di camicia mentre dava ordini per disporre una quarantina di tavoli uniti a ferro di cavallo lungo tre lati del cortile.

“Perdonate signor duca, forse non è il momento, ma ho un affare per voi.”

“Dite bene, amico mio, non è il momento. Alle tre,” Albaneta diede un’occhiata all’orologio, “apriamo il portone e qui entra un mare di gente. È il 21 giugno, il giorno di San Luigi.”

Petrarulo fece segno che non aveva capito.

Il duca schioccò le dita per richiamare l’attenzione di un ragazzo al balcone del primo piano. “Più lungo quel cordone,” urlò, “che ci vogliamo fare con quella miseria? Fino a giù deve arrivare, altrimenti come lo appendiamo lo zio?”

Petrarulo non fiatò. Qualunque cosa il duca stesse facendo, assorbiva tutta la sua attenzione.

“Portate lo zio, avanti!” urlò di nuovo il duca, nervosissimo. “Portatelo e appendetelo! Tra mezz’ora apriamo il portone e qui è ancora tutto da fare!”

“Signor duca,” mormorò Petrarulo.

“Non ora Petrarulo, statevi buono. Godetevi la messinscena, ma non parlate. Succede una volta l’anno, e va fatto per bene.”

Petrarulo si allontanò e si infilò nella guardiola del portiere. “Ma che fanno?” chiese. “È un matrimonio?”

“Ma quale matrimonio,” disse il portiere con aria da cospiratore, “oggi è il giorno di San Luigi.”

“Ebbene?” fece Petrarulo, “che ci devono fare con san Luigi?”

Il portiere scosse la testa scoraggiato. “Ma di dove siete voi?”

“Di Capodimonte. Perché me lo doman - date?”

“Ah, ecco. Se foste di Napoli sapreste ogni cosa.”

“Sarebbe a dire?”

“Quattro, cinquecento anni fa, un certo Luigi Albaneta fu preso dai turchi. Sicurissimo che lo avrebbero impiccato,



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