Contro le mostre (2017) by Tomaso Montanari Vincenzo Trione

Contro le mostre (2017) by Tomaso Montanari Vincenzo Trione

autore:Tomaso Montanari, Vincenzo Trione [Tomaso Montanari, Vincenzo Trione]
La lingua: ita
Format: epub
editore: Einaudi


Non si tratta di un testo felice, né particolarmente incisivo: eppure basta a chiarire due punti fondamentali. Il primo è che l’autonomia era stata pensata innanzitutto in termini tecnico-scientifici, il secondo è che essa avrebbe dovuto riguardare non solo i musei ma tutti gli istituti culturali (a partire dalle biblioteche e dagli archivi). La mia personale idea era che tali istituti non recidessero il cordone ombelicale che li lega al contesto ambientale e culturale – perché è questo sistema di nessi il vero capolavoro della nostra tradizione –, ma che le comunità scientifiche lí residenti acquistassero finalmente una autonomia culturale sostanziale: e cioè la possibilità (giuridica e finanziaria) di costruire e attuare un progetto culturale fondato sulla produzione della conoscenza (attraverso la ricerca), e sulla sua redistribuzione (attraverso la didattica, la divulgazione, l’apertura piú radicale possibile ai cittadini). In ogni caso, la relazione ammoniva a tenere conto dei «problemi cronici nei quali versano le gestioni attuali delle Soprintendenze italiane», tra i quali veniva citata al primo posto l’«insufficienza delle risorse»: qualunque riforma a costo zero (o addirittura con l’ambizione di tagliare ulteriormente le risorse di un sistema ridotto allo stremo), avrebbe potuto determinare la crisi irreversibile e finale del sistema della tutela pubblica. Che è quel che poi è puntualmente successo sotto Franceschini.

Anche sui musei la scelta di quest’ultimo fu l’opposta: e fu quella di immaginarli come grandi mostre permanenti affidate a un curatore-demiurgo che rispondesse alla politica, e guardasse al botteghino.

Se, almeno, questi direttori-curatori incaricati della “biennalizzazione” dei musei fossero stati scelti in modo serio e trasparente, la riforma avrebbe segnato un punto sul campo. Ma cosí non è stato: al di là della propaganda governativa (e con il massimo rispetto delle persone dei vincitori) i risultati sono stati oggettivamente modesti. La «grande levatura scientifica internazionale», sbandierata da Dario Franceschini sulla prima pagina di un’«Unità» decisamente postgramsciana, era una balla colossale. Sono stati promossi a direttori di grandi, e a volte grandissimi, musei storici dell’arte che erano curatori di sezioni di musei di secondo, o terzo, ordine: nemmeno uno dei nuovi nominati ha avuto esperienze lontanamente comparabili alle responsabilità che si è assunto in Italia. In due casi estremi – attestati entrambi in Campania: la Reggia di Caserta e il Museo Archeologico Nazionale di Napoli – sono state scelte figure professionali dalle competenze remotissime, e francamente incomparabili alle enormi responsabilità in gioco. Con quella selezione, insomma, lo Stato italiano ha fatto una scommessa, scegliendo di affidare direzioni a persone non ritenute mature per una direzione nelle stesse istituzioni in cui finora lavoravano.

Quando le terne di idonei composte dalla commissione sono state rese note (con quasi due mesi di ritardo dall’annuncio dei risultati finali) è stato evidente che – nonostante la presenza, fra i cinque commissari, di due autorevoli rappresentanti della comunità scientifica internazionale – la scelta era stata ideologicamente e politicamente orientata. Laddove l’ideologia era l’aprioristica determinazione a escludere (con una sola eccezione su venti) tutti i funzionari interni del ministero: arrivando fino a non comprendere nella terna degli Uffizi chi li aveva diretti per nove anni.



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