Finché il caffè è caldo by Toshikazu Kawaguchi

Finché il caffè è caldo by Toshikazu Kawaguchi

autore:Toshikazu Kawaguchi [Kawaguchi, Toshikazu]
La lingua: ita
Format: epub
editore: Garzanti
pubblicato: 2020-03-02T23:00:00+00:00


Appena Kazu ebbe finito, Kōtake e Kei guardarono verso il soffitto e cominciarono a piangere forte. Kōtake intuì perché Fusagi gliel’avesse data: lei era sua moglie nel futuro e con quella lettera lui metteva in chiaro che sapeva benissimo cos’avrebbe fatto dopo aver scoperto la sua malattia. Vedendola tornare dal futuro, lui aveva capito che, come aveva previsto, Kōtake nel futuro si stava prendendo cura di lui come infermiera.

Nell’ansia e nel terrore di perdere la memoria, Fusagi sperava che lei continuasse a essere semplicemente sua moglie. La portava sempre nel cuore.

Ma le conferme non finivano qui. Anche dopo aver perso la memoria, Fusagi si accontentava di guardare le riviste di viaggi, buttando giù degli appunti sul suo taccuino. Sbirciando, una volta Kōtake aveva visto che era un elenco dei posti visitati come designer di giardini e aveva interpretato quella mania come una semplice riprova della sua passione per il lavoro, ma si sbagliava di grosso. Le mete che si era appuntato le aveva visitate tutte insieme a lei. Quella volta Kōtake non se n’era accorta, non l’aveva capito. Quegli appunti erano l’ultimo appiglio a cui si aggrappava Fusagi, che di giorno in giorno si stava dimenticando chi era.

Ovviamente non si pentiva di avergli fatto da infermiera, perché era sinceramente convinta che fosse la cosa migliore. Ma del resto neanche lui le aveva scritto quella lettera per criticarla, figurarsi. Quando lei gli aveva detto che sarebbe guarito, lui lo sapeva che era una bugia, ma era una bugia a cui voleva credere. “Altrimenti”, pensò lei, “non le avrebbe mai detto ‘grazie’.”

Quando Kōtake smise di piangere, la donna in abito bianco tornò dal bagno, le si piantò davanti e pronunciò un’unica parola: «Spostati!».

«Ma certo», ribatté lei, balzando in piedi e lasciando libero il posto.

La ricomparsa della donna in abito bianco sembrava sincronizzata al centesimo di secondo con l’umore di Kōtake. Gli occhi gonfi di pianto, quest’ultima guardò Kazu e Kei sventolando la lettera che Kazu aveva appena finito di leggere.

«Ebbene, questo è quanto», disse con una smorfia.

Kei rispose con un cenno del capo, gli occhi rotondi e luccicanti ancora gonfi di lacrime.

«Oddio, cos’ho fatto finora?» mormorò Kōtake, fissando la lettera.

«Kōtake», gemette Kei, tirando su con il naso.

Kōtake ripiegò la lettera con cura e la richiuse nella busta. «Adesso torno a casa», disse con voce ferma.

Kazu annuì, mentre Kei continuava a tirare su con il naso. Kōtake la guardò e pensò che aveva pianto più di lei. Di questo passo si sarebbe disidratata, si disse, e fece un gran sospiro. Con un’espressione quasi più decisa di prima, prese il portafoglio e porse a Kazu trecentottanta yen in contanti.

«Grazie», disse.

Kazu ricambiò il sorriso con aria tranquilla.

Kōtake chinò la testa per salutare e si diresse verso l’uscita. Camminava in fretta, aveva una gran voglia di vedere la faccia di Fusagi.

Oltrepassò la soglia e la persero di vista, ma un attimo dopo era di nuovo nel locale.

«Ah!» esclamò, mentre Kazu e Kei la guardavano incuriosite.

«Un’altra cosa», disse. «Da domani in poi, non chiamatemi più con il mio cognome da nubile, d’accordo?» si raccomandò con un gran sorriso.



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