Guerre dei prezzi by Rupert Russell

Guerre dei prezzi by Rupert Russell

autore:Rupert Russell [Russell, Rupert]
La lingua: ita
Format: epub
editore: EINAUDI
pubblicato: 2022-03-17T12:00:00+00:00


Figura 9. Produzione petrolifera in Venezuela e in Colombia.

Fonte: elaborazione da MARK WEISBROT e JEFFREY SACHS, Economic Sanctions as Collective Punishment. The case of Venezuela, Center for Economic and Policy Research, Washington (D. C.) 2019.

Cosa può valere tanto da indurre ad ammazzare, decapitare, immolare? «Vogliono la nostra spazzatura, – risponde Ángel. – Ma, se gliela lasciamo, non mangiamo». Ogni sera setacciano tra l’immondizia gettata dai ristoranti in cerca di scarti edibili. Senza l’accesso ai cassonetti fuori dai locali morirebbero di fame. Le bande sorvegliano i rifiuti e combattono per loro come altre bande combatterebbero per la zona di spaccio.

La pioggia diminuisce. I ragazzini corrono fuori, in una piazzetta pubblica tra due strade. Sotto la guida del piú vecchio, Ignacio, cominciano l’«esercitazione». Usando le infradito al posto dei coltelli, simulano un combattimento a coppie. È come una danza, tutto uno schivare e serpeggiare cercando di piazzare un colpo contro il compagno. Il piú vecchio fa da allenatore, gridando parole di incoraggiamento o di avvertimento. «Sta’ attento!» ordina. L’esercitazione è divertente. Ángel se la gode. Riesce a colpire l’amico. «Sei proprio un bel furbone, Ángel», gli dice Ignacio.

Ci rincontriamo quella sera. Mi hanno invitato ad andare a «riciclare» con loro. Mi portano in un centro commerciale. Scendo le scale fino al parcheggio sotterraneo, supero le auto e percorro un corridoio dietro a un fast-food fino a uscire sul retro dell’edificio.

Due ragazzi vestiti puliti sono già lí. Vivono a casa, ma le loro cucine sono vuote. Hanno un accordo con i ragazzi di strada: si prendono il primo giro di spazzatura gettata via ogni sera. Hanno quasi finito. Mi siedo con i ragazzini della banda mentre aspettano il prossimo arrivo. Giocano sempre allo stesso gioco, tirando a turno una bottiglia in aria e cercando di farla ricadere sull’imboccatura.

Dopo un quarto d’ora arriva un anziano che spinge un carretto coperto di sacchi di plastica nera. Con i membri della banda si salutano come se si conoscessero. Appena l’uomo se ne va, loro strappano i sacchi della spazzatura. L’odore è rancido. Ho qualche conato. I ragazzini iniziano a cercare freneticamente il cibo rimasto, per tirarlo fuori. Aprono i cartoni, le confezioni di plastica e le buste di insalata annegate nella maionese. Sembra esserci una gerarchia. Il piú giovane passa le ossa con un po’ di carne attaccata al piú vecchio, che la finisce. Il piccolo apparentemente non mangia molto. Prende soltanto un vasetto di condimento avanzato e ci gira dentro il dito.

Passata mezz’ora, Carlos mi dice che il tempo è finito e che dobbiamo andare. Sono sollevato. Ho la nausea. Non piú per l’odore, mi sono abituato, ma perché ho capito che non si tratta soltanto di ciò che questi bambini mangiano, ma di ciò per cui combattono. Per avere accesso a questo – la spazzatura di un fast-food – il loro amico è stato decapitato, privato degli occhi, bruciato e smembrato tra l’erba sotto l’autostrada. E niente di tutto ciò è un incidente, un assurdo atto di crudeltà.

È l’ordine nel disordine. È un microcosmo



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