Il respiro della danza by Unknown

Il respiro della danza by Unknown

autore:Unknown
La lingua: ita
Format: mobi
editore: Beat
pubblicato: 2017-07-14T22:00:00+00:00


25.

La mattina della prova costumi della Sagra mi trovo a teatro e osservo i preparativi. Il fondale è già stato fissato. I musicisti accordano gli strumenti. Mi accorgo che il palcoscenico è stato prolungato in avanti per dare maggior spazio ai ballerini, e che l’orchestra è completamente nascosta là sotto.

Ma il suono non soffocherà? mi chiedo.

Dal momento che il palco del produttore è ancora vuoto, ci entro, mi siedo su una delle poltroncine rosso amaranto e metto i piedi sull’altra. Solo qualche istante, mi ripeto.

È lì che mi trova Djagilev. È solo, circostanza inconsueta, e non si stupisce di vedermi. So bene che nella sua compagnia di balletto ci sono molti occhi e molte orecchie.

«Speriamo che piaccia più di Jeux» dice, sedendosi accanto a me. Io metto subito i piedi a terra.

Jeux non è stato un successo.

Le recensioni sono state negative («insignificante, vuoto»), ma il peggio è ciò che dice la gente: «Nižinskij è diventato troppo pigro per danzare, ha rinunciato al suo maggior pregio, i salti. Vuole essere originale a tutti i costi, rifiuta proprio ciò che l’ha fatto crescere e non restituisce nulla al pubblico».

Parole dolorose, ingiuste, dico a Djagilev. Jeux è il balletto migliore che abbia mai visto in vita mia, Fauno compreso. Il suo fallimento è dovuto a motivi che sfuggivano al controllo di Vaclav. Le scenografie di Bakst, il palcoscenico aperto, il giardino pallido e grigio-verde erano troppo grandi. Dentro, i ballerini si perdevano. E poi la Karsavina e la Schollar non ballavano con Vaclav, ma sembravano in competizione con lui. Ecco cos’ha distrutto un balletto davvero brillante: le linee che si intersecavano, i ballerini divisi in gruppi, la posizione di spalle e braccia.

Parlo con eloquenza e convinzione. Credo che la mia sia una difesa di Vaclav. Quello che ancora non so, e che non saprò per molto tempo, è che nella mia mente sto già dando forma alle mie creazioni. Che quello che difendo con Djagilev è il mio futuro.

«Ma lasciamo perdere Jeux» mi interrompe lui. «Che ne pensi della Piltz? La nostra timida Maroussia non farà la statuina sul palco, vero? Proprio nel giorno del giudizio?»

«Perché dovrei saperlo?»

Lui si stringe nelle spalle e ridacchia. «Per essere una polacca non sei forte nei complotti, Bronia».

«Non farà la statuina».

Sul palco uno dei carpentieri che inchioda le ultime assi del pavimento grida una bestemmia e lascia cadere il martello. Si succhia il pollice e fa cenno al collega di sostituirlo, mentre dal golfo mistico arrivano le battute dell’assolo d’apertura del fagotto.

«Stravinskij è così nervoso che non riesce a farsi la riga in mezzo» dice Djagilev. «Però mi assicura che è calmissimo. Anche lui è convinto che io non riesca a vedere a un palmo dal mio naso».

Mi sforzo di ridere. Sul palcoscenico vuoto il fondale si muove. La collina sacra trema e oscilla. Da dietro qualcuno lancia un grido di rabbia.

Alla prova costumi mancano alcune ore ma in corridoio, dopo un rumore di passi, qualcuno già chiama Sergej Pavlovič. È arrivato il giornalista di «Le Figaro».

Djagilev respira a fatica, parla con voce roca.



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