Le grandi storie fantascienza 10 by Vari (Isaac Asimov & Martin H. Greenberg)

Le grandi storie fantascienza 10 by Vari (Isaac Asimov & Martin H. Greenberg)

autore:Vari (Isaac Asimov & Martin H. Greenberg) [Vari (Isaac Asimov & Greenberg, Martin H.]
La lingua: ita
Format: epub
Tags: fantascienza, racconti, copertina
pubblicato: 1947-12-31T23:00:00+00:00


Maloney sospirò. Non riusciva a capire perché mai Justin dovesse sembrare tanto preoccupato. Tutto andava benissimo. Secondo i piani. Vide le cupe occhiate che gli rivolgevano i membri della giuria, ma neppure questo lo preoccupò. Diamine, non appena avessero scoperto ciò che era realmente accaduto, sarebbero stati tutti dalla sua. Eppure, pareva che Justin stesse addirittura sudando.

Questi tornò al tavolo e mormorò a Bill: «Che ne diresti dell'infermità mentale temporanea?»

«Immagino vada bene, se ti piace quel genere di cose».

«No. Voglio dire come istanza».

Maloney lo fissò. «Justy, vecchio mio, sei partito con la testa? Tutto quello che dobbiamo fare, è dire la verità».

Justin Marks si sfregò i baffetti con le nocche e produsse un fievole belato che gli procurò un'occhiataccia da parte del giudice.

Amery Heater costruì la sua accusa con molta abilità e amore per i particolari. In effetti, la giuria finì per «vedere» Bill Maloney così ineluttabilmente sulla sedia elettrica, che cominciarono a gratificarlo di occhiate tristissime, cariche di compassione.

Amery Heater impiegò due giorni a completare la sua tesi. Quand'ebbe finito, era diventata una struttura solida e splendente, ogni discrepanza era stata spiegata e inchiodata al suo posto. Il movente. L'opportunità. Ogni cosa, insomma.

Il mattino del terzo giorno, sulla corte gravava la tensione dell'attesa. La difesa stava per presentare la propria tesi. Nessuno sapeva in che cosa potesse consistere questa tesi, salvo, naturalmente. Bill Maloney, Justin Marks, e quell'immateriale testarossa che si faceva chiamare Rejapachalandakeena. Bill l'aveva chiamata Keena. Non si era presentata in tribunale.

Justin Marks si alzò in piedi e si rivolse alla corte, sulla quale era calato il silenzio:

«A questo punto, piuttosto che riassumere la mia difesa, vorrei prima portare William Maloney sul banco dei testimoni e lasciare che sia lui a raccontare la storia con le sue parole».

La corte irradiò un sonoro brusio. Mettere Maloney sul banco dei testimoni significava concedere ad Amery Heater la possibilità di controinterrogarlo. Heater avrebbe fatto a brandelli Maloney. Il pubblico si leccò collettivamente i baffi.

«Il suo nome?»

«William Maloney, abito al 12 della Braydon Road».

«La sua occupazione?»

«Traffico qua e là... Insomma, faccio ricerche, se vuole una definizione più rispettabile».

«Da dove ricava il suo reddito?»

«Ho fatto brevettare alcuni congegni. Mi pagano le royalties».

«Per favore, riferisca alla corte tutto ciò che sa di questo crimine del quale è accusato. Cominci dall'inizio, per favore».

Bill Maloney si scostò i capelli biondi dalla fronte con un gesto meccanico della sua mano quadrata, e rivolse un allegro sorriso alla giuria. Qualcuno dei giurati, prima di rendersene conto, gli restituì il sorriso. Ma quando sentirono il sorriso sulle proprie labbra, subito si ravvidero. Non era buona etichetta sorridere a un sadico assassino.

Bill si mise comodo sulla sedia dei testimoni e intrecciò le dita sullo stomaco:

«Tutto è cominciato», disse, «il sette maggio, il giorno in cui l'esercito ha perso il controllo di quel razzo. Ho il mio laboratorio giù in cantina, passo la maggior parte del mio tempo là sotto...

«Quel razzo, se non lo sapete, aveva una testata atomica. Credo che a tutt'oggi, a causa di quel guaio, siano saltate le stellette ad almeno quindici generali.



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