Non aver paura di tirare un calcio di rigore by Antonio Cabrini

Non aver paura di tirare un calcio di rigore by Antonio Cabrini

autore:Antonio Cabrini [Cabrini, Antonio]
La lingua: ita
Format: epub
ISBN: 978-88-58-66896-2
editore: BUR Rizzoli
pubblicato: 2014-11-15T00:00:00+00:00


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ISTINTO

Grazie al potere della tua mente, alla determinazione, all’istinto e all’esperienza puoi volare molto in alto. Ayrton Senna

Pablito era il giocatore più istintivo e letale che io abbia mai visto calcare i campi da gioco. La descrizione più calzante l’ho sentita da Michael Laudrup: «Se in area c’è confusione, la palla rotola in rete e tu non sai chi ha segnato, puoi essere sicuro solo di una cosa: è stato Paolo Rossi».

Ho giocato d’istinto, ho vinto grazie all’istinto e alla fine della mia carriera ho scelto affidandomi all’istinto. Se sono diventato l’uomo che sono oggi e il campione che sono stato nel corso degli anni alla Juventus e in Nazionale è anche grazie a questa dote naturale.

L’istinto è innato ma è anche una qualità che un calciatore deve affinare, nel tempo e sul campo di gioco. Ogni allenamento, ogni pallone toccato, ogni corsa sull’erba ti aiuta a sentire con maggiore chiarezza l’istinto del gioco.

Cos’è l’istinto? È una forza intangibile di cui non si raggiunge mai una piena, cristallina consapevolezza: è una spinta che proviene da dentro e che va semplicemente assecondata.

Nel corso della mia carriera, la prima volta che ho fatto i conti con questa voce è stato quando decisi di presentarmi ai provini della Cremonese. Fu una scelta istintiva, impulsiva e coraggiosa, e quella grande voglia di mettermi alla prova ha segnato il corso successivo della mia vita. Grazie a quella decisione ho intrapreso l’avventura che mi ha portato al raggiungimento di grandissimi traguardi.

In quella occasione ha certo contato il destino, l’aver incontrato Babbo Nolli, l’istinto di un ragazzo che intuiva che il calcio avrebbe potuto essere la sua via maestra.

Quante notti avevo sognato e sperato fosse vero: avevo la passione, avevo il talento, avevo la voglia di arrivare in fondo, ma ancora nessuno mi avevo detto che potevo farcela sul serio.

C’era il desiderio di non fermarmi alle partite con gli amici, alle sfide del paese, alle panchine con il San Giorgio, così, stravolto dall’emozione, presi le prime scarpe che trovai in camera, i primi pantaloncini, la prima maglietta e infilai tutto nel borsone. Solo una volta arrivato al campo di San Sigismondo, dove si tenevano i provini per le selezioni, mi resi conto che avevo afferrato le scarpe e i pantaloncini da basket!

Pazienza. Ero lì per far vedere di che pasta ero fatto e la convinzione che agiva dentro di me non mi avrebbe mai permesso di tirarmi indietro.

Non ho un ricordo preciso di cosa feci in campo quel giorno, mi chiedo spesso che cosa vide esattamente in me Nolli, che cosa mi segnalò ai suoi occhi; so solo che per magia – ma oggi penso anche per merito – il mio nome apparve sulla lista di quelli che ce l’avevano fatta.

Mister Nolli, nei mesi che seguirono, mi disse che secondo lui avrei dovuto cambiare progressivamente il mio modo di giocare e di stare in campo. Io ero giovane, volevo fare l’ala, volevo correre sulla fascia e crossare, andare in porta, saltando i miei avversari a suon di dribbling e, perché no, segnare sempre il goal decisivo per la vittoria.



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