Sovietistan by Erika Fatland

Sovietistan by Erika Fatland

autore:Erika Fatland [Fatland, Erika]
La lingua: ita
Format: epub
ISBN: 0
editore: Marsilio
pubblicato: 2017-10-14T22:00:00+00:00


La cameriera addolorata

Anche se è la quarta città più grande del Tagikistan, Qurghonteppa non era neanche citata nella guida. Il Museo storico ed etnografico regionale e il primo trattore del Tagikistan sistemato su un piedistallo in una rotatoria erano le uniche attrazioni turistiche della città. Per il resto non c’era niente da vedere e niente da inventarsi.

Dopo aver percorso avanti e indietro la strada principale un paio di volte, alla fine trovai il caffè di Karina. Ero l’unica cliente nel vistoso locale, che con i divani di peluche e l’enorme sfera specchiata non dava certo l’impressione di puntare sulla clientela dell’ora di pranzo.

«Non ci capita spesso di vedere degli stranieri qui!» la cameriera mi guardò euforica. Aveva i capelli lunghi fino alle spalle tinti di rosso, ed era magra e curata, con le unghie laccate e i tacchi alti. Quando, poco dopo, arrivò con la teiera, mi fece vedere una foto dei suoi tre figli. La più grande dimostrava all’incirca diciotto anni, il più piccolo sui tre, quattro, forse.

«Mi potresti autografare questa?» mi chiese con uno sguardo speranzoso. Presi la penna dalla sua mano e scrissi il mio nome sul retro. La donna si profuse in ringraziamenti.

Insieme all’insalata greca la cameriera mi servì la sua tragica biografia. Si chiamava Sveta e aveva trentasette anni. Aveva una figlia di diciotto e un figlio di dodici dal primo matrimonio. L’ultimogenito di cinque anni lo aveva avuto dal secondo. Quando lo aspettava, il marito aveva fatto quello che facevano tanti uomini tagiki: era andato in Russia per fare soldi. Degli otto milioni scarsi di abitanti del Tagikistan, tra uno e due milioni lavorano in Russia. I soldi che mandano a casa costituiscono la metà del PIL del Tagikistan. Nessun altro paese del mondo dipende in questa misura dalle rimesse dei migranti.

«Nei primi mesi telefonava e mandava i soldi» raccontò Sveta, che a quel punto si era seduta al mio tavolo. «Dopo circa sei mesi mi disse che il suo principale lo aveva imbrogliato. Spiegò che si sarebbe cercato un altro lavoro. Da allora non ho più sue notizie.»

Fece un sorriso triste, e notai che le mancavano due incisivi.

«All’inizio mi preoccupai moltissimo e feci di tutto per trovarlo. Mi misi in contatto con amici e conoscenti nel tentativo di rintracciarlo. Non sapevo nemmeno se era vivo! Ormai mi sono rassegnata al fatto che lo troverò solo se lui vorrà farsi trovare. Sa dove abito. Non ho cambiato la carta SIM da quando è sparito, perciò il mio numero di cellulare è sempre lo stesso. Il piccolo conosce il padre solo dalle fotografie. Ogni volta che incontra per la prima volta un uomo, crede che sia il suo papà.»

Sveta parlava un russo perfetto, senza l’ombra di accento. Come scoprii, c’era una spiegazione: sua madre era russa. Da giovane la madre si era innamorata di un tagiko e si era convertita all’islam. Dopo aver vissuto insieme per qualche anno in Russia, la giovane coppia si era trasferita a Qurghonteppa, la città natale del marito, e lì si erano costruiti insieme una vita.



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