Trentatré mostri e due racconti by Lidija Zinov’eva-Annibal

Trentatré mostri e due racconti by Lidija Zinov’eva-Annibal

autore:Lidija Zinov’eva-Annibal
La lingua: ita
Format: epub
editore: Voland
pubblicato: 2016-05-08T16:00:00+00:00


3 Miša, da Michail, è l’affettuoso nome degli orsi nel folclore russo. Miška (pl. Miški) è a sua volta diminutivo di Miša.

4 Il prjanik è un dolce a base di farina e miele, aromatizzato da spezie diverse.

5 Staršina, membro elettivo in una comunità, scelto per occuparsi di questioni amministrative.

LUPI

Era tardo autunno. I fratelli e la sorella da tempo erano andati in città a studiare e ballare. Insieme a loro aveva preso alloggio nel nostro appartamento anche la zia, per portar fuori mia sorella e badare alla conduzione della casa, dal momento che la mamma era ammalata. La mamma aveva le gambe inferme, e non poteva camminare. Il dottore le aveva prescritto il sud, le passeggiate al sole con la sua carrozzella, ma lei aveva desiderato rimanere più a lungo in campagna, dove avrebbe volentieri trascorso tutto l’inverno nella grande, calda e vecchia casa.

Di tardo autunno giunse al nostro villaggio la caccia imperiale. Un gran numero di mute di segugi e di levrieri, molti cavalieri, il sovrintendente alla caccia in persona, un tedesco severo e poco loquace, con un ospite appassionato di caccia, un ospite bello ed elegante del quale mi innamorai, Vladimir Nikolaevič.

La sera, al villaggio, alcuni trogoli molto lunghi venivano riempiti di sanguinanti frattaglie (avevo saputo che la caccia aveva comprato i vecchi cavalli dei contadini) e di pezzi di carne equina cruda. Poi lasciavano accostarsi ai trogoli i cani che tremavano e si contorcevano, nervosi e avidi; i cani, ringhiando e latrando, si gettavano su quei brandelli, mentre i cacciatori con lunghe sferze stavano lì accanto e frustavano ora a destra ora a sinistra, per prevenire le zuffe...

Il sovrintendente alla caccia imperiale e Vladimir Nikolaevič presero alloggio da noi, nella casa padronale. A cena, dopo il sollecito ritiro del poco loquace tedesco-sovrintendente, io mi innamorai del bellissimo e levigato Vladimir Nikolaevič mentre questi descriveva a miss Florrie, la mia governante inglese, il modo in cui la caccia imperiale cattura i lupi vivi.

Una parte del bosco viene recinta dai cacciatori da alte e forti reti, mentre sono disposti a sorvegliare le altre parti, a breve distanza l’uno dall’altro, centinaia di contadini fatti venire dai dintorni. I contadini sono muniti di bastoni, forconi e lanciano alte grida che tengono lontani i lupi e impediscono che passino lì accanto. Nel bosco si radunano cacciatori a cavallo con nugoli di segugi che fiutano il lupo e lo spingono con i loro acuti latrati nella rete; trasportato dalla sua corsa, il lupo ci cozza addosso e allora dall’alto cala una seconda rete: più quello si dimena e più si aggroviglia in modo inestricabile. Sopraggiungono i cacciatori. Con larghi forconi a due punte immobilizzano a terra il collo della belva; gli legano le zampe come alle pecore, lo voltano sul dorso, gli infilano di traverso nelle fauci spalancate un corto e grosso bastone poi, rafforzati i lacci al garrese, per le zampe legate sollevano la fiera con una grossa pertica. In due si sistemano la pertica sulle spalle e portano il lupo appeso alla strada carrozzabile, dove enormi carri chiusi, simili a vagoni merci, aspettano i prigionieri.



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