Urania 0017 - Hedrock L'Immortale by Alfred E. Van Vogt

Urania 0017 - Hedrock L'Immortale by Alfred E. Van Vogt

autore:Alfred E. Van Vogt [Vogt, Alfred E. Van]
La lingua: ita
Format: epub
Tags: PIPPO
editore: Mondadori
pubblicato: 2010-12-03T23:00:00+00:00


10

L'oscurità non voleva rischiararsi. Hedrock continuò a rimanere inerte per molto tempo, con gli occhi aperti. E la notte era infinita. Ma c'era qualcosa di diverso. Certo, si disse infine: aveva ripreso coscienza. Gli fu difficile, per un istante, afferrare l'idea che ci fossero due tipi di notte. Il suo cervello gli pareva lontano e i suoi pensieri erano un panorama morto, immobile. Aveva dei ricordi, ma gli parevano remoti, come se non fosse stato lui, bensì qualche altra sfaccettatura di se stesso, a sperimentare quelle sensazioni fisiche.

Lentamente, Hedrock si accorse dell'immobilità che lo circondava: un'assenza di pressioni di movimento. I frammenti della sua mente cominciarono a riavvicinarsi tra loro. Si raddrizzò, nella poltroncina di comando e lanciò un'occhiata agli schermi telestatici. Fissò lo spazio. In ogni direzione c'erano stelle. Non un sole, ma puntini di luce, minuscoli come punte di spillo e brillanti in modo disuguale. E non c'era pressione di accelerazione, non c'era gravità.

Non era un'esperienza inconsueta, ma questa volta era differente. Guardò la spia dell'Accelerazione Infinita, ed era ancora in azione. Ecco la cosa assurda: era ancora in azione. Il tachimetro indicava cifre incredibili, il calendario automatico diceva che erano le diciannove del 28 agosto 4791 di Isher. Hedrock rivolse a se stesso un cenno d'assenso. Dunque, era rimasto in stato d'incoscienza per ventidue giorni e durante tale periodo la nave aveva percorso... diede un'altra occhiata al tachimetro; e distolse immediatamente lo sguardo, senza azzardare neppure l'inizio di una valutazione.

Il movimento gli procurò un capogiro, gli diede un urto di nausea. Rimase immobile a lungo, con un forte malessere, ma senza conati. Lentamente, però, il suo corpo, che era sopravvissuto a infiniti sforzi, ritrovò un equilibrio metabolico. Comprese che era stata l'inedia a dargli quel doloroso stordimento.

Provò per due volte a rimettersi in piedi e ogni volta ricadde sulla poltroncina, stordito e in preda al malessere. La terza volta si abbassò fino al suolo e strisciò fino a raggiungere la cambusa.

Impiegò più di un'ora per cibarsi; dopo le prime sorsate di una soluzione tonificante di destrosio, si costrinse a rispettare una dieta rigorosa. In seguito, comprese di dover dormire. Ma esitò a farlo.

C'era il problema della sua distanza dalla Terra e la strana assenza di pressione d'accelerazione. In qualche punto del suo viaggio, la propulsione interstellare doveva avere raggiunto una sovrannaturale unità con qualche grande forza fondamentale della natura. E il coefficiente 0,0000... 1 d'inerzia era svanito.

Ritornò al quadro di comando, spense nuovamente le luci e per interi minuti regolò gli ingranditori telescopici dei telestati. Alcune stelle divennero più luminose, ma nessuna aumentò di dimensione. Nessuna dimostrò di essere realmente vicina a lui. Il tachimetro segnava ancora una velocità leggermente superiore a 650 milioni di chilometri al secondo. A quella velocità copriva in diciotto ore una distanza pari a quella che separava la Terra dal Centauro. Il problema era quello di ritrovare la Terra invertendo la rotta.

Preoccupato, azionò nella cloche il comando del "semicerchio automatico". Si udì un ronzio meccanico e il dispositivo ticchettò per centottanta volte, velocemente.



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