Bronsky Alina - 2012 - Outcast by Bronsky Alina

Bronsky Alina - 2012 - Outcast by Bronsky Alina

autore:Bronsky Alina
La lingua: ita
Format: mobi, epub
Tags: Horror & Science Fiction, Fantasy, Science Fiction & Fantasy, Foreign Language Fiction, Foreign Languages, Science Fiction, Literature & Fiction, Italian
editore: Corbaccio
pubblicato: 1999-12-31T23:00:00+00:00


Guarda verso di me. Avrà sì e no due anni,

ha i capelli arruffati e i piedi sporchi.

Indossa un’ampia salopette, il busto è nudo,

a parte la grossa benda grigia che gli fascia il petto.

Mi è familiare e sconosciuto al tempo stesso.

Il gatto

Mi aspettavo di più, lo ammetto. Dopo tutto quello che avevo sentito dire, davo per scontato che sarei finita dentro un incantesimo di cui finora ero stata troppo stupida per accorgermi. Invece non successe nulla. Lo studio della mamma era, né più né meno, il solito di sempre. C’ero stata migliaia di volte e non ci trovavo nulla di affascinante. Eppure, nel sentire l’odore familiare di colori e solventi, mescolati al dolce aroma del lillà e a una nota di caffè, ebbi un tuffo al cuore.

«Mamma» mormorai.

Ksü non badava a me, si era inginocchiata davanti a un grosso quadro che, a quanto ne sapevo, era lì da molto tempo. Anche questo era simile a quello appeso in camera mia e rappresentava un bosco, mancava solo la casa. Alberi alti, prati ondeggianti macchiati ogni tanto di blu. In qualche punto l’erba era schiacciata, qualcuno l’aveva calpestata. Udii un fruscio leggero, ma preferii non chiedere a Ksü se lo aveva udito anche lei.

Ksü si alzò e si asciugò le lacrime.

«Che succede?» domandai.

«Niente.» Ksü si girò, e il mio sguardo curioso si ritrovò a fissare il serpente.

«Stai piangendo?» domandai.

«No.»

«Ma ti ho visto. Perché all’improvviso ti metti a piangere?»

«Non lo so.» Ksü estrasse un fazzoletto spiegazzato e si pulì il naso. «Ho una fitta qui.» Appoggiò la mano destra sul petto. «Ivan dice sempre che la vita della nostra famiglia è legata a doppio filo all’arte di Laura, ma non mi spiega mai perché. Ho come la sensazione di aver perso qualcosa.»

La guardai in silenzio. L’idea che Ksü avesse perso qualcosa di importante mi stupiva. Dava sempre l’impressione di non demoralizzarsi mai, di lasciarsi scivolare tutto addosso. Fino a che non era entrata nell’atelier di mia madre. Era uno straccio, e per la prima volta mi resi conto che non sapevo nulla di lei.

«Ti fa male?» domandai impacciata. Non sapevo se fosse il caso di fare certe domande. In una relazione normale, quando qualcosa non andava, l’educazione stabiliva che ci si girasse dall’altra parte. Adesso, invece, stavo fissando il viso sconvolto di Ksü.

«Posso fare qualcosa per te?»

Sembrava non avermi sentito.

Allungai con cautela il braccio e lo posai sulle sue spalle. L’avevo visto fare nei vecchi film, nelle situazioni penose in cui mi ero sempre girata dall’altra parte per l’imbarazzo. Adesso, però, mi sembrava la cosa giusta da fare.

«Ksü, mi senti? Cos’è che ti fa male? Vuoi che ti porti un bicchiere d’acqua?»

Lei scosse la testa. «No, sto già meglio. È solo una fitta.»

«Magari dovremmo uscire.»

«No» rispose, «non ancora.»

Allontanai il braccio dalla sua spalla. Lei si strofinò gli occhi e si guardò intorno.

Non c’erano molti quadri nell’atelier, solo sette più grandi, di cui uno ancora sul cavalletto, e alcuni più piccoli, allineati lungo il battiscopa.

«Guarda» dissi. «Quello sul cavalletto è il suo ultimo quadro, voglio dire.



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