Terza liceo 1939 by Marcella Olschki

Terza liceo 1939 by Marcella Olschki

autore:Marcella Olschki [Неизв.]
La lingua: rus
Format: epub


Quando venne l’estate Donato entrò all’Accademia.

Mi disse lui stesso, una sera sulla spiaggia, che era sta-

to accettato. Per me fu un gran dolore, perché voleva

dire averlo lontano da me. Mi sforzavo invano di es-

serne felice con lui, ma quando ancora non si è impa-

rato ad amare, l’egoismo è più forte di noi. La gene-

rosità in amore, per quanto strano possa sembrare

bisogna impararla. La sua gioia così legittima per un

sogno finalmente vero, io la sentivo come uno schiaf-

fo. Ero umiliata e ferita che qualcosa o qualcun altro

potesse dargli la felicità. Il suo amore per me ne sem-

brava diminuito. Stavo lì ammutolita, con gli occhi

gravi e questi pensieri a turbine nel cervello. E davan-

ti a me stava lui col viso illuminato di gioia, aspettan-

dosi che ne partecipassi anch’io.

« Ma allora fra noi è finita », riuscii a dire, e lui

mi sollevò il viso serio, rannuvolato, e scoppiò a ri-

dere del suo riso fresco: « Ecco la logica femminile!

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Ma che c’entra?… E io che credevo di darti una bella

notizia! ».

Poi mi abbracciò dolcemente, e tenendomi stretta,

mi disse: « Ma non capisci, sciocchina, che per noi

invece ora comincia? ».

Lo guardai e per la prima volta, ricordo, pensai che

Donato era un uomo, e che aveva una vita da farsi da

sé. Ma dentro di me mi ribellavo e lo volevo sempre

ragazzo, quello che avevo conosciuto, quello che ama-

vo, così libero, così allegro e fresco. La sera mi portò

a ballare, per un poco, di nascosto, su una pista al-

l’aperto vicino a casa. Mi lasciavo portare da lui e non

parlavo, non potevo parlare. Lui scherzava e rideva e

mi faceva girare e piroettare a tempo di record, in-

stancabile, esuberante, e cercava di tirarmi fuori da

quel senso di triste malinconia con uno scoppiettìo di

barzellette e giuochi di parole di cui poi lui stesso

rideva guardandomi negli occhi e aspettandosi che an-

ch’io scoppiassi a ridere divertita. Ma io avevo il cuore

stretto e sentivo che quella era la nostra ultima sera di

ragazzi, e sentivo vagamente che l’addio a lui era

l’addio alla nostra epoca d’oro, alla sciarpa celeste,

alla felicità così bella, così completa.

Poi, sul mare, anche Donato diventò serio e prima

di tornare a casa mi parlò della sua carriera, di se stes-

so, di me. « Fra tre anni », diceva « guadagnerò abba-

stanza e ci sposeremo subito, appena sarò fuori del-

l’Accademia ».

Io volevo crederci ad ogni costo e mi aggrappavo

alle sue parole come le mie mani si aggrappavano con-

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vulsamente alle sue braccia. Ma le sue parole si sovrap-

ponevano sulla mia malinconia sfaldandosi, perdendo

il loro significato e rimanevano come gusci trasparenti,

piccoli suoni svuotati del loro contenuto consolante.

« Credi davvero a quello che dici », insistevo, « sei

sicuro che sarà davvero così? ».

«Noi ci vogliamo troppo bene», mi rispondeva,

« perché non sia così ». Ed era una sicurezza che non

ammetteva repliche.

E invece non fu così, e fu come avevo intuito io.

Quando venivi a Firenze in licenza, nella tua uniforme

coi bottoni d’oro, ti sentivo ogni volta più lontano.

Uscivamo insieme, ma avevamo perduto quella mera-

vigliosa capacità che hanno gli innamorati, di sentirsi

soli anche tra la folla. Tu eri



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