Il fascismo degli antifascisti by Pier Paolo Pasolini

Il fascismo degli antifascisti by Pier Paolo Pasolini

autore:Pier Paolo Pasolini [Pasolini, Pier Paolo]
La lingua: ita
Format: epub
editore: Garzanti Classici
pubblicato: 2018-10-30T16:00:00+00:00


Poveri ma fascisti

Qual è l’impressione più viva e immediata che ha avuto vedendo il film di Naldini?

«Le impressioni più vive e immediate sono due, contemporaneamente. Le dirò come prima non la più importante, ma la prima in ordine di tempo, quella cioè che ho provato fin dalle inquadrature iniziali, o, diciamo, fin dalla sequenza iniziale del film...»

La «Marcia su Roma»...

«Sì. Vedendo quella prima sequenza, ho osservato le facce dei fascisti e della gente che, partecipe o indifferente, li attorniava. Le persone «importanti» (professori, avvocati, ecc.) avevano delle facce da imbecilli, al solito. Sto leggendo un libro inedito di Faldella scritto nel 1908-9: ebbene, si tratta di loro. Son proprio quegli imbecilli, magari rozzi, ingenui, e, oltre tutto, anche in buona fede (non in quanto fascisti, dico, ma in quanto piccolo e medio-borghesi). Ma intorno c’erano le facce dei sicari fascisti. Facce magre, ossute, con occhi fortemente disegnati. Facce tirate dalla vita povera, dalla fame. Macerate da abitudini nate dall’osservanza della più stretta economia, dal bisogno (lettucci, stanzette polverose, stanzoni vuoti, niente riscaldamento, un paio di calzoni e una camicia, l’osteria, la messa domenicale, la periferia delle città quasi campestre). Insomma, ciò che quei fascisti erano socialmente aveva infinitamente più forza di ciò che erano ideologicamente. Erano lavoratori poveri e piccoli borghesi poveri, che, per aver fatto una scelta reazionaria, non erano però diventati diversi da altri milioni di lavoratori e piccoli borghesi poveri come loro. Facevano la marcia su Roma come una scampagnata; al massimo, si può pensare che essi, culturalmente, imitassero l’impresa fiumana. La maggior parte erano chiaramente «assoldati», come soldati di ventura di second’ordine.

Questa prima impressione di trovarsi di fronte a un tipo antropologico di italiano che è stato così per secoli e secoli, ed è cambiato solo in questi ultimi dieci anni, dura e si consolida durante tutto il film di Naldini. Questa inoffensività, non bonacciona o qualunquistica, ma «fisica» degli italiani in camicia nera, si estende anche ai capi. I famosi gerarchi, che io ricordavo come il massimo della ferocia e del ridicolo, sono invece dei patetici imbecilli: qualcuno di loro fa addirittura una specie di schifosa tenerezza, tanto è stupido e visibilmente attaccato alla greppia, come un allampanato animale. C’è qualche sguardo gettato da costoro su Mussolini che è un capolavoro di recitazione involontaria. È lo sguardo di un cane che sa un po’ di latino gettato su colui che gli procura il cibo.

Ad accentuare questa inoffensività di poveraglia e di piccola borghesia affamata, è l’inevitabile confronto sia con i fascisti, che con la folla e i «gerarchi» attuali. Rispetto ai fascisti attuali, che sono ormai dei veri e propri nazisti, quelli hanno un’aria casalinga che stringe il cuore (tanto più quando il loro entusiasmo fascista si manifesta in sorrisi sinceri di vecchia felicità popolana o contadina); rispetto alla folla attuale, quella folla (non necessariamente fascista) è piena di dignità: in essa contano valori di cui il fascismo approfittava degradandoli. Infine rispetto ai «gerarchi» attuali quei «gerarchi» fanno pena. Cosa possono aver rubato, in quell’Italia miserabile? Qualche miserabile gruzzoletto di palanche.



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