Lockdown by Peter May

Lockdown by Peter May

autore:Peter May [May, Peter]
La lingua: ita
Format: epub
editore: Einaudi
pubblicato: 2020-09-16T12:00:00+00:00


Capitolo tredici

1.

MacNeil crollò a terra e si sedette con la schiena contro il muro. Un incendio divampava ancora da qualche parte all’estremità occidentale di St Anne’s Court, ma gli sciacalli erano passati oltre: lui non udiva che il crepitio delle fiamme.

Qualcuno aveva sparato tre volte al torace di Kazinski. Qualcuno che era rimasto in attesa nel vicolo. Lui non aveva sentito nessuno sparo. Anche con quello scampanio in testa non se li sarebbe fatti sfuggire. Si ricordò il giudizio di Laing sul cecchino che aveva ucciso i ragazzi a South Lambeth. «Un lavoro da professionisti. Un’arma da professionista in mano a un professionista», aveva detto. Anche questo omicidio aveva tutte le caratteristiche di un lavoro da professionisti. Un’esecuzione pulita, efficiente. Un’arma con un silenziatore. Qualcuno non voleva che Kazinski parlasse a MacNeil o ad altri. E gli venne in mente che forse si trattava dello stesso professionista. Forse il cecchino che gli aveva salvato la vita nel pomeriggio era là ad aspettare Kazinski. E ora l’aveva preso.

MacNeil appoggiò piano la testa contro i mattoni e respirò a fondo. Sentiva qualcosa di simile a un attacco isterico stendersi su di lui come un sudario. Era tutto senza capo né coda. La sua vita, la città, il suo lavoro, quell’indagine. Era come se l’onda degli eventi lo sbatacchiasse in qua e in là senza che lui potesse farci niente. Era stanco. La notte prima l’aveva quasi passata in bianco, e il suo turno durava ormai da quasi quindici ore. Se avesse chiuso gli occhi, si sarebbe addormentato. Lí per terra, vicino a un morto.

Ma c’era collera in lui, una vocetta che urlava e infuriava nel profondo, e MacNeil sapeva che non lo avrebbe mai lasciato dormire. In lontananza sentí degli spari, e l’eco di voci che urlavano di rabbia. Come quella nella sua testa. Si mise a quattro zampe e infilò un paio di guanti in lattice per cominciare a perquisire le tasche di Kazinski. C’erano un portafoglio con una carta d’identità, alcune banconote e un borsellino con qualche moneta. Un mazzo di chiavi nella tasca dei pantaloni. Sigarette e accendino nella giacca. Niente di nemmeno lontanamente utile.

MacNeil guardò di nuovo il portafoglio. Sul retro c’era un taschino chiuso da una cerniera. Fu un problema aprirlo con le sue grosse dita. Trovò degli scontrini che risalivano a tempi migliori. Un paio di conti del ristorante, la ricevuta di un bar. E un biglietto da visita gualcito. MacNeil lo inclinò per illuminarlo meglio alla poca luce che c’era, e passò un dito sulle lettere goffrate in rosso. Jonathan Flight, scultore, c’era scritto in un carattere tutto svolazzi. Con sotto l’indirizzo di una galleria a South Kensington.

Lo conosceva, quel nome. Le pagine dedicate all’arte sui quotidiani ne erano state piene l’anno prima; addirittura, alcune opere si erano rivelate abbastanza controverse da finire sui tabloid, ed era lí che l’ispettore aveva scoperto l’esistenza di Flight: scolpiva figure umane in chiave grottesca e, spesso, apertamente sessuale. Un uomo senza testa con il pene eretto parzialmente infilato nell’ano di un torso femminile.



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