Il Grande Califfato by Domenico Quirico

Il Grande Califfato by Domenico Quirico

autore:Domenico Quirico
La lingua: ita
Format: epub
editore: Neri Pozza
pubblicato: 2015-03-14T16:00:00+00:00


Tunisi

O anima mia, non aspirare alla vita immortale ma esaurisci il campo del possibile.

Pindaro, Pitica III

Ricordo la grande burrasca della rivoluzione in avenue Bourguiba. Migliaia di persone prese da una gioia carica di affanno. Ciascuno era allora in questa situazione: qualcosa di ardente come il soffio di una divinità scorreva turbinosamente nelle arterie, qualcosa che non si poteva reprimere. Bisognava fare qualcosa e non si sapeva quale. Lanciare urla selvagge e di vittoria in modo da udire la propria voce che rimbombava come le trombe di Gerico sulle case, sulle pareti della Medina e sui muri degli edifici pubblici? O piangere dolcemente – oh, l’ho visto fare a tanti tunisini nei giorni di Primavera! – con lacrime simili a tiepido sciroppo, con la testa appoggiata sulle ginocchia della ragazza amata? In quelle ore appena si trovava colui che diceva: «Fai questo!» lo si faceva con un senso di grande liberazione. E adesso? Ritorna, mi sono detto, lì troverai un lembo di aria fresca e di speranza in un così grande naufragio... La Tunisia resiste... Sono di nuovo qui per una elezione: quante ne hanno organizzate fino a esaurire si direbbe quella loro passione...

È il modo in cui lo dicono che preoccupa, che mette in guardia. «Gli islamisti? Tutto va bene, sono moderati, ragionevoli. Fanno le loro prove al potere». Però la voce si abbassa, e si guardano attorno, il segno di una segreta geografia spirituale che sta germogliando.

Poi un amico, un tunisino gauchiste, di quelli che si sono sempre destreggiati con spirito e dignità per la laicità, visto che la democrazia era loro vietata proprio dal dittatore amico della Francia, mi ha suggerito: «Vai a dare un’occhiata a Sejnane, il primo emirato salafita, vedrai cosa diventerà il Nord Africa tra un po’, lì hanno già il veleno dell’islamismo nel sangue. A Sejnane ormai comandano loro».

Lui è andato in piazza a Tunisi per gridare: «Non rubateci la rivoluzione». Non davano, i manifestanti, un’impressione di energia; semmai c’era nella dedizione qualcosa dell’atteggiamento di coloro che preparano nei particolari il proprio funerale, dirigono la costruzione della propria tomba. La morte di un sogno non è meno triste della vera morte e lo sconforto di coloro che lo hanno perduto è profondo come un lutto.

Quando ho visto l’imam di Sejnane ho pensato a quei preti giovani appena usciti dal seminario che popolano i romanzi di Bernanos, perduti tra le miserie del mondo a cercare di dipanare l’intricato gomitolo del peccato e della grazia. Ajemmen ha occhi obliqui da gatto malandrino, e dimostra ancor meno dei suoi ventidue anni. In città raccontano che lo hanno imposto i salafiti, con le brusche, dopo aver cacciato il predecessore “compromesso con la dittatura”.

L’imam indossa sul barracano la mimetica e si muove nell’ombra di un manipolo di piissimi con muscoli e grinte da lottatori. La sua moschea vigila un paesaggio di colline eteree dalla luce incontaminata del sole e dalla dolcezza soprannaturale del verde che sboccia in dicembre. Ma la città, cinquantamila abitanti, è zeppa di disoccupati e di bambini, e di un’aria di rovina e di vecchiaia che sembra consumarli.



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