La pensione by Piotr Paziński

La pensione by Piotr Paziński

autore:Piotr Paziński [Paziński, Piotr]
La lingua: ita
Format: epub
ISBN: 9788857542904
editore: Mimesis
pubblicato: 2017-08-06T22:00:00+00:00


La nebbia era sospesa sugli alberi e avvolgeva i dintorni con il freddo tocco di gocce invisibili. I banchi più bassi e fitti di foschia balenavano alla luce dei lampioni al sodio come nuvole di zucchero filato su bastoncini colorati. Il vento si intrufolava qua e là, innocuo e silenzioso, solo i cespugli avvizziti di ginepro si piegavano lievemente, invitando a continuare la passeggiata.

Le case di legno erano immerse nella notte. Solo un fioco bagliore aleggiava tra i pini, filtrando con enorme fatica attraverso la guaina delle tenebre. Le travi delle case, le finestre delle verande, le grondaie zincate, i portici con i vasi da fiori, i comignoli incurvati, tutto era sprofondato nel sonno, inaccessibile, separato dalla strada mediante un muro di cespugli, sterpaglia e rigogliosa malerba.

La pensione Promień, una grande costruzione di cubi irregolari di varia grandezza con lettere rosse sulla porta, come sulle confezioni delle tavolette di cioccolata Wedel. Villa Felicjanka, ora ridotta a …e…janka, dato che le semplici e moderniste “F” e “lic” si erano conservate unicamente sotto forma di cicatrici incise sul cancello d’entrata. E laggiù c’era sicuramente l’Arka, in mezzo agli aceri e alle robinie. La scritta era cancellata, ma l’edificio si poteva riconoscere dai due pilastri di cemento che fiancheggiavano l’entrata del giardino invaso dalle erbacce. Era cambiata molto. Una casetta di legno a un piano solo, fatta di assi gialle, verdi e viola, con una veranda al pianterreno e un balconcino al primo piano. Il tetto piatto ricoperto di bitume. Le aperture vuote delle finestre. Era crollata a terra come un tronco marcio. Un laghetto in pietra tappezzato di muschio, il sentiero tutto intorno, o piuttosto ciò che ne rimaneva: grosse pietre conficcate nel terreno sabbioso e file di erbacce arruffate. All’interno della casa, scaglie di vernice penzolavano dal soffitto come stalattiti.

Più avanti cominciava una ripida duna. Un terrapieno di sabbia perennemente spazzato dal vento che portava alla luce radici contorte. O forse erano le zampe di qualche creatura che si era rintanata sotto terra a morire? Ma all’epoca non ci pensavo affatto, non mi veniva in mente che qualcuno potesse morire e rimanersene sdraiato come nulla fosse, coperto di sabbia sulle dune. Forse pensavo ai dinosauri che si erano estinti quando noi ancora non c’eravamo? Di sicuro nemmeno questo, semplicemente andavamo con il signor Leon a cercare la corteccia per le nostre barchette. Il signor Leon stava immerso nella sabbia fino alle ginocchia e tagliava interi strati di corteccia con un coltello preso dalla sala da pranzo, perché non voleva rovinare il suo coltellino svizzero, che si sarebbe potuto intaccare su qualche nodo del legno. E poi si inerpicava sul sentiero, ansimando e aiutandosi con le braccia sporche di resina, e imprecava sottovoce in russo per non farsi capire da me, mentre scuoteva la sabbia dal risvolto dei pantaloni, o si fermava in calzini sul sentiero e sbatteva i mocassini l’uno contro l’altro, con la sabbia che volava da tutte le parti e gli uccelli che spiccavano il volo dai rami in preda al panico.



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