Conti Paolo - 2019 - 1969: Tutto in un anno by Conti Paolo

Conti Paolo - 2019 - 1969: Tutto in un anno by Conti Paolo

autore:Conti Paolo [Conti Paolo]
La lingua: ita
Format: epub
Tags: Social Science, Popular Culture, Language Arts & Disciplines, Journalism, Economica Laterza
ISBN: 9788858135693
Google: 8syCDwAAQBAJ
Amazon: B07MLX9QHJ
editore: Editori Laterza
pubblicato: 2019-01-15T22:00:00+00:00


9.

Settembre.

L’Autunno caldo

«Agnelli, l’Indocina / ce l’hai in officina». Non era mai accaduto. Operai autoconvocati, sfuggiti al controllo delle centrali sindacali, entrano in sciopero spontaneo rivolgendosi direttamente all’Avvocato, il Padrone più famoso d’Italia, con uno slogan dal ritmo identico a quelli studenteschi del Sessantotto francese.

Fine maggio 1969, cortili interni di Mirafiori, lo stabilimento che è sinonimo della Fiat: Carlo Callieri, assistente del direttore centrale del personale, guarda dal suo ufficio verso i cortili. Assiste a uno spettacolo impensabile fino a poche ore prima: un gruppo di addetti alle presse, i più giovani e i più arrabbiati, quasi tutti di origine meridionale, smettono di lavorare senza preavviso e raggiungono gli altri reparti. Secchi di latta rovesciati diventano tamburi. La vecchia commissione sindacale interna assiste impotente, inutile, ormai parte di una storia archiviata.

Indocina sta per Vietnam, per la guerra che gli Stati Uniti non riescono a vincere contro i Vietcong e contro il comunismo. Callieri la paragona a una manifestazione arcaica, tipica delle ribellioni contadine, con le scope e, appunto, i secchi. La sera stessa gli operai incontrano alcuni studenti impegnati nell’occupazione di Architettura. Stampano i primi volantini che partono con lo slogan del maggio francese: «La lotta continua...».

È l’inizio dell’Autunno caldo, che esplode a settembre, al rientro delle ferie, una stagione che cambia per sempre il sindacalismo italiano e la qualità della vita degli operai. Con l’uso politico che ne faranno, muteranno persino il volto delle piazze più importanti della Penisola. Un operaio metalmeccanico lavora per 45 ore settimanali, sabato incluso. La politica degli straordinari viene gestita unilateralmente dalle direzioni aziendali. Cgil, Cisl e Uil lo sanno benissimo: molti incidenti sul lavoro vengono mascherati e non denunciati per volontà degli stessi operai che non vogliono rischiare di perdere il posto. Non esiste il diritto di tenere assemblee nei luoghi e negli orari di lavoro. Il concetto di fine settimana è sconosciuto. I sindacati confederali calcolano che l’assenteismo consolidato del 12-13% in inverno e del 25% in estate derivi dal bisogno, come si legge in alcuni documenti, di «staccare per non morire».

Ma la base dei metalmeccanici (un milione di dipendenti nelle aziende private, altri trecentomila nelle imprese a partecipazione statale Iri ed Efim, collegate nell’Intersind) è irreversibilmente cambiata ed è ormai strutturalmente inadatta ad accettare ciò che per decenni è stata regola ferrea. Prima di tutto la classe operaia non è più legata al Nord. L’immigrazione dal Sud dal dopoguerra a oggi ha collocato a Torino masse di lavoratori estranei al familismo Fiat (il posto che passava da padre in figlio), per loro la fabbrica non ha più la sacralità della Chiesa. Sono in parte acculturati e capaci di cogliere il senso del Sessantotto e delle proteste studentesche europee. Una generazione dotata di grande consapevolezza di sé e dei propri diritti, con una nuova forza psicologica che si trasforma in capacità contrattuale. Nasce insomma la più giovane, aggressiva, incontrollabile, eterogenea classe operaia italiana del dopoguerra. E proprio nel momento in cui le grandi aziende avrebbero bisogno di dialogare con un sindacato forte, unitario, si assiste alla crisi della rappresentanza, allo scollamento tra base e delegati.



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