Histoire d'O by Pauline Réage

Histoire d'O by Pauline Réage

autore:Pauline Réage
La lingua: ita
Format: epub
editore: Bompiani
pubblicato: 2021-07-20T16:00:00+00:00


3.

Anne-Marie e gli anelli

O aveva creduto, o aveva voluto credere per avere una buona scusa, che Jacqueline avrebbe resistito. Dovette ricredersi appena decise di aprire gli occhi. L’aria pudica che Jacqueline affettava, chiudendo la porta dello stanzino fornito di specchi dove si vestiva e si spogliava, aveva il preciso scopo di provocare O, di instillare in lei il desiderio di forzare una porta che essendo spalancata, non si era decisa a varcare. Che la decisione di O giungesse in realtà da un’autorità al di fuori di lei, e non fosse il risultato di quella elementare strategia, Jacqueline era assai lontana dal pensarlo. O dapprima ne fu divertita. Mentre la aiutava a ripettinarsi, per esempio, quando Jacqueline, toltisi gli abiti con cui aveva posato, s’infilava il maglione a giro collo, e si metteva il collier di turchesi simili ai suoi occhi, provava un piacere sorprendente all’idea che quella stessa sera Sir Stephen sarebbe venuto a conoscenza di ogni gesto di Jacqueline; se aveva permesso a O di afferrare, attraverso il maglione nero, i suoi due seni piccoli e divaricati, se le sue palpebre avevano abbassato sulle guance le ciglia più chiare della pelle, se aveva emesso dei gemiti. Quando O la abbracciava, Jacqueline diventava pesante, immobile e come attenta fra le sue braccia, lasciava che la bocca si schiudesse e i capelli ricadessero all’indietro. O doveva sempre fare attenzione ad appoggiarla allo stipite di una porta, o contro un tavolo, e a tenerla per le spalle. Altrimenti scivolava sul pavimento, gli occhi chiusi, senza un gemito. Appena O la lasciava, ridiventava di brina e di ghiaccio, ridente e lontana, diceva: “Mi ha lasciato addosso del rossetto,” e si puliva la bocca. Era quell’estranea che O amava tradire notando con attenzione – per non dimenticare nulla e riferire tutto – il lento rossore delle sue guance, l’odore di salvia e di sudore. Non si poteva dire che Jacqueline si difendesse o non si fidasse. Quando cedeva ai baci – e per ora aveva accordato a O soltanto dei baci, che accettava e non restituiva – cedeva improvvisamente, e si sarebbe detto completamente, trasformandosi di colpo in un’altra, per dieci secondi, per cinque minuti. Per il resto del tempo, era insieme civetta e ritrosa, incredibilmente abile a schivare un attacco, a comportarsi senza mai sbagliare in modo da non dare adito a un gesto, a una parola o anche solo a uno sguardo che permettesse a colei che era stata vinta di diventare la vincitrice, e di far credere che fosse tanto facile impadronirsi della sua bocca. L’unico indizio che poteva lasciar capire qualcosa, e forse sospettare l’esistenza di acque agitate sotto la calma superficie del suo sguardo, era a volte l’ombra involontaria di un sorriso, simile sul suo volto triangolare a un sorriso di gatto, ugualmente indeciso e fugace, ugualmente inquietante. Eppure O riuscì ben presto a capire che due cose provocavano quel sorriso, senza che Jacqueline se ne rendesse conto. La prima erano i regali che le faceva, la seconda l’evidenza



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