Il fuoco che ti porti dentro by Antonio Franchini

Il fuoco che ti porti dentro by Antonio Franchini

autore:Antonio Franchini [Franchini, Antonio]
La lingua: ita
Format: epub
ISBN: 9788829790319
editore: © 2024 by Marsilio Editori® s.p.a. in Venezia


* * *

Ogni giorno lei irrita me e io indispongo lei, ogni settimana abbiamo uno screzio, ogni due o tre mesi una lite grave, un paio di volte all’anno uno scontro definitivo dopo il quale possiamo stare per settimane intere senza parlarci.

Succede di solito in estate, la stagione più propizia alle liti familiari. Calore e giornate lunghe, le nostre finestre spalancate di fianco alle sue, come bocche che prendano aria per scambiarsi insulti silenziosi, pomeriggi fermi e zitti dietro la cui immobilità minacciosa si nasconde, tradito da una serie di segni premonitori sempre uguali, un cataclisma che noi ormai possiamo prevedere con esattezza assoluta, meteorologica, perché l’abbiamo visto arrivare lentamente, da lontano, come l’accumulo di nubi colore dell’inchiostro che in certe giornate si addensano in un angolo di cielo prima di espandersi dappertutto ed esplodere. Vedo il temporale che incombe e, con la stessa inerzia di chi sa di non potersi opporre al cielo, non faccio niente per evitarlo.

Anche i motivi che eccitano la furia sono gli stessi, futili e ineluttabili. Una celebrazione ignorata o non santificata a dovere, anche se mai osservata in precedenza: «Aieri è stata ’a festa d’ ’a mamma, m’avisseve fatto ’n augurio, tu e i figli tuoi, ma già che a Milano ’a mamma nun se festeggia…» Un’assenza troppo prolungata: «Addó cazzo vaie? Addó cazzo te fai mandà invece ’e te stà a casa e te mettere in pensione…» Aver osato invitare i figli di mia sorella a cena a casa mia sottraendoli alle sue cure: «E che lle facite magnà, tu e mugliereta, a chelle povere criature? ’E schifezze ca cucinate vuie, ’o risotto? A me ’o riso me fa schifo…» o, peggio, avergli proposto una gita all’aria aperta: «Addó ’e vuo’ purtà? Falle stà quiete! Chille nun songo comm’a tuo suocero, l’ingegnere, ca saglie ncopp’ ’e muntagne! Nun so’ abituate…» Ma il più delle volte i motivi non esistono, l’innesco non è necessario, è come se un’elettricità repentina e ostile le si accumulasse lentamente dentro aggrottandole i lineamenti, smozzicandole le parole in un silenzio ingrugnato e scattoso che si approfondisce nel mutismo solo per scoppiare, a un certo punto, con maggior fragore.

Dopo l’eruzione dobbiamo affrontare i postumi della catastrofe.

Dalla sua finestra la Talpa controlla ogni movimento nel cortile.

A un paio di settimane dal litigio si tiene nascosta, ma passato il periodo di sdegno taciturno si apposta, o alla finestra o sulle panchine del giardino. Aspetta che passi qualcuno della famiglia, adulti o minorenni, perché adesso aspira al confronto violento e plateale, come è tipico delle vaiasse nel facciaffrunto, lo scontro pubblico a base d’ingiurie barocche. La Talpa ne ha visti molti quando viveva a Sedil Capuano e ne è una cultrice: «Zoccola a me? Mammeta s’ ’a fatte ’e matarazze co’ ’e pili ’e copp’ ’o cazzo d’ ’e niri americani!», «Tu tiene cul’ e fess’ una cosa!».

Da giovane ne è incuriosita e affascinata, ma non può lasciarsi andare apertamente a quel mondo che la seduce perché la sua acquisita condizione borghese glielo



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