La Malnata by Beatrice Salvioni

La Malnata by Beatrice Salvioni

autore:Beatrice Salvioni [Salvioni, Beatrice]
La lingua: ita
Format: epub
editore: EINAUDI
pubblicato: 2023-02-22T12:00:00+00:00


14.

Quella notte cadde una pioggia rabbiosa e grigia, tanto fitta che impediva di vedere oltre i marciapiedi. Continuò senza fermarsi per giorni, il Lambro mugghiava e straripava dagli argini. L’acqua trascinava via gli alberi che crescevano sul bordo, invadeva le cantine spaccando casse di vino e vecchi mobili, strusciava sotto i ponti ingrossandosi di una poltiglia fangosa e nerastra, rigava di terra la pietra.

E io pensavo: «Ecco, dentro di me è cosí».

I giorni senza Maddalena furono squallidi e insensati. Giorni di vuoto che precipitavano l’uno nell’altro.

Non avevo mantenuto la promessa che avevo fatto all’Ernesto. Non ero stata capace di starle vicino. E adesso, senza di lei, ero mutilata. Ero nuda e senza difese.

Senza di lei il mio mondo moriva.

Sedeva nel mio stesso banco, ma non mi guardava. La sua indifferenza era un dolore ghiacciato che mi strozzava il fiato dal petto. La professoressa ci dava i verbi da coniugare in latino, io mi offrivo di aiutarla, lei nascondeva il foglio senza dire una parola. Le lasciavo la mia merenda perché lei aveva solo la sua fetta di pane nero, e alla fine dell’intervallo me la ritrovavo sul banco, intonsa. Le chiedevo «scusa, scusa, scusa», in mille modi. Ma niente. Allora aprivo il palmo, lo tenevo verso l’alto e premevo la punta del pennino nella carne morbida, con forza, fino a far uscire il sangue. Glielo mostravo e lei voltava la testa. Si era sempre rifiutata di giocare a far finta, adesso fingeva che non esistessi piú.

Non aveva bisogno di me. Ascoltava gli insegnanti, prendeva appunti in modo ossessivo e all’intervallo rimaneva in classe a ripetere la lezione. I professori perlopiú la ignoravano, a causa di quella storia di Giulia Brambilla, che nel frattempo era tornata con una fasciatura sulla fronte e le stampelle, ma dell’incidente non aveva voluto parlare con nessuno.

Il pomeriggio, dopo la scuola, avevo preso l’abitudine di andare al ponte dei Leoni e spiarli dall’alto, i Malnati, come facevo non molti mesi prima, in una vita che mi sembrava appartenere a un’altra persona.

Speravo che sentissero addosso il mio sguardo. Ma ero un fantasma che veniva dal passato, un’ombra dimenticata.

Rincasavo con l’anima nei talloni. Mi chiudevo in camera ignorando i tentativi di Carla di rompere la scorza che mi ero costruita intorno. Mia madre restava fuori quasi tutti i pomeriggi e, quando rientrava, la prima cosa che faceva era sorridersi allo specchio e pettinarsi i capelli con le dita. Non si interessava mai a me, cantava arie da operetta e confrontava il proprio viso con quello delle attrici nelle riviste. Se la Carla le chiedeva i soldi per la carne e il latte, lei glieli lasciava la mattina dopo sul tavolo della cucina senza dire nulla. Sembrava volesse fingere di abitare da sola. Mio padre era preoccupato perché la fornitura di feltro di coniglio da Forlí tardava ad arrivare.

A volte mi ficcavo le unghie nelle braccia e prendevo a graffiarmi, rievocando le ferite che mi avevano fatto i gatti in estate. Quel dolore, anche se per poco, scacciava via l’altro.



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