La Romagna by Roberto Balzani

La Romagna by Roberto Balzani

autore:Roberto, Balzani [Balzani, Roberto]
La lingua: ita
Format: epub
Tags: Storia, Aggiornamenti/Economia e gestione dell'impresa
ISBN: 9788815310392
editore: Societa editrice il Mulino Spa
pubblicato: 2012-10-14T22:00:00+00:00


Il mito recente della terra «rossa» tende a giustificare, quindi, la tenuta unitaria del dialetto, mentre nel 1886 Giuseppe Gaspare Bagli aveva sostenuto, con scrupolo analitico, esattamente il contrario: le «differenze grandissime» che si riscontravano nei patois delle varie città erano il diretto portato della «storia politica della Romagna», la quale «mai» aveva avuto «unità politica», con i centri principali «disgregati» e «ostili» fra loro[65]. La variante linguistica locale prodotta da questo ambiente di frontiera e di cerniera fra nord e sud, paradossalmente, sembra assumere un significato a posteriori, in base all’esistenza di un’identità romagnola, che si propone come data e i cui tratti distintivi vengono rinvenuti nel comportamento socio-politico contemporaneo. Poiché i romagnoli si sentono tali – il ragionamento è più o meno questo –, ha senso saldare i loro vari «parlari» all’interno di un quadro omogeneo e strutturato, territorialmente definito in base ai confini stabiliti con precisione geografica dal Rosetti nel 1894.

Parallelamente, attraverso le cante, ovvero la riproposizione e la reinvenzione dei ritmi rurali, Cesare Martuzzi dà musica – le parole delle composizioni più famose sono ancora di Spallicci – alla regione del buon tempo andato, e si dedica ad allevare generazioni di «canterini romagnoli». Anche qui, però, bisogna intendersi: il grado d’interpolazione e d’interpretazione da parte del milieu intellettuale è altissimo. È lo stesso Spallicci a riconoscere che uno dei suoi testi più famosi, La Majé (La maggiolata), «divenuta ormai popolare per le vie di Forlì e dintorni [è il 1912]», non è se non un vago omaggio alle tradizioni rurali del maggio, avvolte, in quell’inizio di secolo, in un «buio perfetto... o quasi». E dunque, ecco la soluzione: «Il giovane maestro Cesare Martuzzi, studioso appassionato dei canti della nostra Romagna, ha adattato a semplici versi dello scrivente il ritmo classico delle canzoni romagnole dal lungo respiro e dalla nota finale prolungata interminabilmente quasi coro liturgico»[66]. I ritmi frammentari della civiltà contadina, «restaurati» liberamente secondo il gusto ricostruttivo dell’epoca, ritrovano, così, una loro intelligibilità e coerenza, fra l’altro disciplinata e quasi certificata dall’istituzionalizzazione dei «canterini», pare a partire dal ’15, sotto la leadership dell’élite intellettuale «regionale» (che ricostruisce per l’occasione anche i «tipici» copricapi, tratti da una scomparsa tradizione rurale). Martuzzi, il «creatore del nuovo canto»[67], vaga per le campagne alla ricerca delle «melodie» puramente «vocali» dei contadini («Nei canti romagnoli hanno assoluto predominio gli elementi primi, le caratteristiche indispensabili della poesia e del canto: l’accento e la cadenza»); cerca di schedarne le sonorità, traducendole in note, e quindi stabilizzando la memoria culturale, anche sotto questo profilo. Ma, poi, egli si avvede che la sua è una corsa disperata contro il tempo. I modelli melodici che vanno diffondendosi sono altri, «dell’ampio cantare, delle caratteristiche inflessioni, dei lunghi finali non rimaneva traccia in quel traviamento doloroso, e fu un momento di delusione e di sconforto»[68]. In realtà, l’opera archeologica alla quale si accinge, alla fine con successo, non è il frutto di un bisogno evidente dei rurali di Romagna, già orientati e ben disposti a contaminare i loro



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