Quella notte sotto la neve by Ralf Rothmann

Quella notte sotto la neve by Ralf Rothmann

autore:Ralf Rothmann [Rothmann, Ralf]
La lingua: ita
Format: epub
editore: Neri Pozza


La stanza era cambiata, quando si svegliò dopo un breve, gelido sonno. Il sole risplendeva sopra il cumulo di neve formatosi davanti alla finestra e illuminava lo spazio interno in maniera tale che l’immagine della Madonna, le maniglie in corno dell’armadio e la tenda a fiori assumevano profili particolarmente netti e incisivi. Il vecchio letto col piumino era senza lenzuolo, dal materasso fuoriuscivano piccole punte, piumette grigiastre come quelle che lei stessa coi suoi fratelli aveva spennato dalle oche qualche volta; a Danzica, allora, le piume d’oca erano pagate bene. Ripensò al loro starnazzare, a come scappavano via ondeggianti tra i cumuli delle loro stesse piume per rintanarsi da qualche parte in preda al panico, magari anche tra i maiali del porcile.

Da lontano sentí una musica, probabilmente una di quelle piccole fisarmoniche dai bei nomi che suonavano anche i lavoranti polacchi al suo paese. Si tolse di dosso la coperta, si tirò su i calzoni e in punta di piedi si avvicinò alla porta. Il soldato l’aveva chiusa dentro, la chiave era nella toppa, ma in cucina sembrava non esserci nessuno. Nel focolare crepitava un ceppo, sottolineando ancor di piú il silenzio intorno, e lei si risedette sul bordo del letto; per un istante guardò la macchia di vomito, i resti di pane e di crauti, e si rimise in bocca due bocconcini di carne rimasti.

La musica ora non la sentiva piú, e stava quasi per riassopirsi, sfinita com’era, quando davanti alla casa sentí delle voci e un batter di piedi, come qualcuno che si scrolla via la neve dagli stivali. Il pavimento in legno cigolò, seguito da un rumore di ceramica rotta, forse una tazza, e risate. Dallo spiraglio della porta filtrava odore di sigarette e di acquavite, poi qualcuno premette la maniglia e prese a trafficare con la chiave nella toppa, un suono che le sembrò come di denti che si rompono.

Con due passi raggiunse la finestra, mise il piede su una panchetta, afferrò la maniglia: girava, ma i serramenti erano ghiacciati; scricchiolavano appena. Stessa storia all’altra finestra, un vetro pieno di fiori di ghiaccio si crepò, cascò un po’ di stucco, ma non riuscí ad aprirla. Fuori guaí un animale, cosí le parve, forse un cane; e invece erano i cardini della porta, e quando si voltò c’erano diversi uomini che la guardavano, giovani soldati con le facce lisce, le pistole alla cinta. Avevano ancora la neve sui berretti, tenevano bottiglie in mano, e a uno pendeva dalla spalla la cinghia di una fisarmonica. Evidentemente sorpresi dalla presenza di una ragazza, abbassarono le voci e si mormorarono qualcosa.

Uno dei cinque o sei era rapato a zero, con una crosta di sangue raggrumato sulla testa, e il piú alto, l’unico con la barba, portava un cappotto militare russo ma anche un berretto da ufficiale tedesco con l’aquila imperiale sopra la visiera. «Devuška!» esclamò, mentre avanzava con i suoi stivali chiodati, lanciando un’occhiata dentro l’armadio aperto. Le strizzò l’occhio, le sorrise, ma i suoi occhi galleggiavano nell’alcol e gli angoli della bocca erano scuri per il tabacco masticato.



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