L’INGIUSTIZIA by RAIMONDI Giuseppe

L’INGIUSTIZIA by RAIMONDI Giuseppe

autore:RAIMONDI Giuseppe
La lingua: ita
Format: epub, mobi
editore: Arnoldo Mondadori Editore
pubblicato: 1965-05-14T16:00:00+00:00


XI

«Vedi, Tonino» disse Carlo Mantovani «vedi, questa è una maledetta città. Altro che città del silenzio, e tutto il resto dei poeti. Maledetti anche i poeti. Scusami, sai; tu li leggi. Ma io: quelli come me. Leggevo Giusti, da ragazzo. E le tragedie di Alfieri. Quello mi andava. Mi faceva star male, ma mi dava una scossa: con quella musica, quell’orchestra di parole forti, piene di coraggio… O almeno, mi pareva, che fosse così. Ma i poeti: anche il Carducci di tuo padre… e poi l’ho visto, cioè l’ho sentito parlare alla gente: quando non parlava di poesia: per quanto ce la mettesse sempre, la poesia… io poi non me ne intendo di poesia… Chissà dove la trovavo, io, la poesia: in certi canti, nelle canzoni che dei volontari calabresi, laggiù in Grecia, cantavano quando faceva il giorno, e sotto la tenda si preparava il rancio: c’era una voglia, una volontà di tornare a vivere, di gente che da tanto non viveva più… Oppure nella musica che s’alzava dietro i cortei, e dietro i cordoni di polizia, di guardie a cavallo, in qualche giorno di sciopero, a Parigi. Si veniva avanti, lungo la Senna: in gruppi: gli italiani, i polacchi, gli spagnoli: nelle nostre divise di lavoro. Tutti puliti. Era, anche allora, come una marcia di soldati. Veniva all’improvviso quel canto: nelle strade larghe, dentro il fianco delle case, dei palazzi grigi. E tutti la conoscevano, e incominciavano tutti insieme: in tutte le lingue, diverse che fossero. Erano tutti uomini uguali. Volevano una cosa sola: vivere, vivere da uomini. È un canto così: si chiama la Carmagnola. L’hanno scritta per gli uomini…»

Stavano, lo zio e il nipote, al riparo dalla pioggia. Sotto l’arco che unisce il Castello ad un palazzo vicino. è il luogo, nei giorni di mercato, in cui si riuniscono i padroni delle campagne, e i mezzadri, e i contadini. Oltre i sensali di grano, di canapa, e di bestiame. E d’autunno. E tutti vengono al mercato con le loro mantelle, in cui si difendono dalle nebbie opprimenti, e da altro che non sanno. È la tristezza, naturale fino alla cattiveria, che hanno assorbito dalla terra. Come le pallide piante della pianura, attraverso le radici. Questo, tuttavia, non è giorno di mercato, nella città di Ferrara. Le piazze, le strade, quasi deserte. Il vuoto non è solo nelle strade; è nelle case, che sono vuote di passioni, nel centro antico. Nei quartieri popolari, eternamente umidi, e trasudanti l’acqua, s’agita l’angustia di traffici meschini, minuti. Mentre nelle case padronali, nelle ville della periferia e della campagna, incombe il silenzio, che segue al pensiero costante dell’interesse, del guadagno, e si trasmette nel sangue quieto degli agricoltori. I due Mantovani, sotto l’arco di mattone rosso, retto dalle massicce muraglie grigie, guardano la pioggia che cade, paziente, sui ciottoli della strada. Passano biciclette, stridendo appena, dei calessi, con l’incerato sopra, una, due automobili, lucide di pioggia, che due uomini, magri, alti, si fermano per osservare, finché svoltano nella piazza del duomo. Solo



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