Povera patria by Stefano Savella;

Povera patria by Stefano Savella;

autore:Stefano Savella; [Savella;, Stefano]
La lingua: ita
Format: epub
ISBN: 9788862319676
editore: eDigita srl.
pubblicato: 0101-01-01T00:00:00+00:00


2. I POOH ARRUOLATI

CONTRO IL MALCOSTUME ITALIANO

L’assedio al Palazzo, tra il 1992 e il 1993, non era soltanto una rappresentazione giornalistica, una metafora frutto dell’esasperazione del clima politico. Una allusione utilizzata sia da chi segnalava la coalizione tra procure e “poteri forti” contro il sistema dei partiti, sia da chi dichiarava – nei comizi o, più spesso, attraverso cori e striscioni – l’esigenza di arrivare a ogni costo a un rinnovamento generale della classe politica. No, l’assedio c’era stato davvero. Prima ancora delle monetine scagliate contro Craxi all’esterno dell’Hotel Raphaël, c’erano già stati assembramenti, contestazioni rumorose, perfino l’ombra inquietante di una forca.

Lo aveva già scritto Ezio Mauro su «La Stampa» alla fine del 1992: «Noi vediamo la peste di Tangentopoli che è esplosa all’interno» del recinto della politica tradizionale, «devastandolo. E fuori misuriamo la cavalcata della Lega, i nuovi barbari che circondano il Palazzo sapendo che cederà all’assedio»13. Ma è nei mesi successivi che l’assedio diventa realtà, che dalle dichiarazioni si passa ai fatti. Ad accelerare i tempi sono le frasi di Gianfranco Miglio, l’ideologo della Lega, che parla apertamente del linciaggio come «più alta forma di giustizia».

Il 16 marzo 1993 nell’aula di Montecitorio si discutono una serie di mozioni sulla «moralizzazione della vita pubblica». Il terreno è perfetto per lo scontro, e lo è soprattutto dopo il decreto approvato dal governo dieci giorni prima, ma bocciato dal capo dello Stato Oscar Luigi Scalfaro, che prevedeva la depenalizzazione del reato di finanziamento pubblico ai partiti. L’8 marzo, una manifestazione spontanea contro quel “colpo di spugna” sarebbe stata descritta così da Giulio Anselmi, in quel periodo direttore del «Corriere della Sera»: «Non avevamo mai visto come ieri sera a Milano comuni cittadini manifestare il loro appoggio [ai magistrati] contro altri poteri dello Stato vissuti come esterni e nemici»14.

Nel corso della seduta alla Camera prendono la parola alcuni dei principali esponenti politici dell’epoca: Marco Pannella, Massimo D’Alema, Stefano Rodotà, Pinuccio Tatarella. Al termine del dibattito, il presidente del Consiglio Giuliano Amato interviene per replicare in mezzo a urla («Ladri! Ladri!») e applausi ridicolizzanti. I più scatenati si trovano sui banchi della destra, leghisti e missini, ancora tutt’altro che alleati (lo saranno soltanto un anno dopo, nel berlusconiano Polo delle libertà). Sono le 13:45 quando, in mezzo a guanti e spugne colorate agitati dai parlamentari di quel lato dell’emiciclo per evocare quel “colpo di spugna”, compare un cappio. A farlo penzolare, rivolto ai banchi della maggioranza, è un giovane deputato leghista di Como, Luca Leoni Orsenigo, di trentun anni. Le sfacciate risate di chi gli è al fianco non tradiscono timore o raccapriccio. Lo stato maggiore del suo partito lo derubricherà a gesto goliardico e fuori luogo. Lo stesso Bossi lo definirà un gesto «sbagliato, ma era anche un modo di dire che o si cambia davvero o spunta la forca»15.

A prendere la parola per la Lega, nel corso del dibattito, era stato Franco Rocchetta, fondatore della Liga Veneta e neoparlamentare (due anni dopo sarà sottosegretario agli Esteri nel primo governo Berlusconi). Sui



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