Attila by Louis de Wohl

Attila by Louis de Wohl

autore:Louis de Wohl [de Wohl, Louis]
La lingua: ita
Format: epub
editore: RIZZOLI LIBRI
pubblicato: 2023-01-11T12:00:00+00:00


Etel aveva tentato di dormire, ma senza riuscirvi. Era quello il luogo dove si ripuliva dei suoi pensieri, ma ora pareva vivessero di vita propria, s’aggrappassero a lui quasi con piccole tenaglie. Come pidocchi – pensava, con stizza. Bisognava strapparli uno a uno.

Perfino quei germani dovevano notare che Gullac era pazzo. L’indomani sarebbero ripartiti a mani vuote. Ma poi avrebbero incontrato lui, e non per caso, ed egli avrebbe potuto proporre un’alleanza particolare. Per questa non c’era bisogno né del Gran Kan né di Gullac. Poi un accenno al maggior potere che avrebbe avuto un giorno, forse anche una parolina per far capire che una simile alleanza avrebbe potuto essere molto utile. No, era troppo! Queste cose le facevano i romani, che si affidavano ad altri popoli, che li impegnavano per le loro guerre civili, contro i propri connazionali. Proprio questa era una prova che erano finiti ed era giunta l’ora di un altro popolo. Così terminava, non incominciava, il dominio del mondo.

Senza i germani, però, non era abbastanza forte contro... Contro Bleda. Quale pensiero! Contro Bleda, il primogenito. Budrul aveva predetto che si sarebbe giunti a questo. Maledette le donne! Ma anche il kan Rua, anch’egli l’aveva sentito: era nell’aria, era una sensazione del sonno e della veglia. Era destino? O destino è soltanto ciò che un uomo fa per proprio impulso?

Togliere il diritto del primo colpo al primogenito, o uccidere il primogenito: erano due cose diverse. Che avrebbe fatto il suo popolo? E se non fosse riuscito? Maledetti tutti i pensieri!

Questa volta il bosco non faceva effetto; i pensieri continuavano il loro girotondo, come danzatori ubriachi alla festa della dea dei cavalli.

Uccidere il primogenito era cosa inaudita; ma, finché Bleda viveva, Etel non poteva respirare. Gli si sedeva di notte sul petto, lo schiacciava, lo soffocava.

Qualcuno si avvicinò recando una spada: un pastore. Era pazzo? Gli occhi gli ardevano come quelli del cane idrofobo che l’anno innanzi aveva morsicato undici persone prima che potessero abbatterlo. Perché portava quella spada?

Quando però Zigur balzò su, Etel gli fece cenno di quietarsi. Giunto a tre passi da lui, il pastore si gettò in ginocchio tenendo dinanzi a sé la spada, e buttò fuori ciò che aveva da dire.

Etel fissava la spada: era di ferro, e tanto vecchia che le parti annerite avevano preso una patina verdastra. Come? Era stata sepolta? Sì, nella terra. E una mucca vi era passata sopra, si era ferita a un piede, e Ambazuco seguendo la traccia di sangue aveva scoperto la spada. Proprio lì, in quel bosco. Un’antichissima spada unna, in un luogo dove gli unni si trovavano appena da cinquant’anni.

Sepolta nella terra, trovata da un pastore, portata a un principe...

Ambazuco lo guardava come incantato, con una folle attesa selvaggia negli occhi balenanti.

Etel si alzò lentamente. Conosceva, sì, l’antica leggenda... tutti gli unni la conoscevano. Ma poteva esser vera?

Si guardò in giro. Ecco Zigur, anch’egli ritto in piedi, e anche lui con la faccia incantata. Pareva che il bosco trattenesse il respiro. Non c’era un filo di vento, perfino gli uccelli tacevano.



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