Capitalismo e finanza. Il futuro tra rischio e fiducia (2011) by Francesco Vella

Capitalismo e finanza. Il futuro tra rischio e fiducia (2011) by Francesco Vella

autore:Francesco Vella [Vella, Francesco]
La lingua: ita
Format: epub
editore: Società editrice il Mulino, Spa
pubblicato: 2014-11-03T23:00:00+00:00


Ma lo stesso anonimo economista mette sull’avviso circa i rischi di una comoda quanto elusiva deriva populistica: dare cioè la caccia al banchiere pensando di cavarsela solo vincolando le remunerazioni, lasciando tutte le altre regole nel dimenticatoio. E di deriva populistica parla anche un giurista, Luca Enriques, secondo il quale se effettivamente le stock options guidano le preferenze degli amministratori verso l’assunzione di rischi eccessivi, vietarle o disincentivarle per questa ragione «sarebbe come vietare i cellulari perché possono agevolare le attività dei terroristi».

Bisogna, quindi, armarsi di ragionevolezza e intraprendere una strada che in primo luogo garantisca la massima conoscibilità e trasparenza di quanto guadagnano i manager, assicurando che la parte variabile delle retribuzioni sia legata a parametri di performance di lungo periodo e a indicatori di rischio, di patrimonializzazione e di conservazione di adeguati livelli di liquidità: in sostanza, non solo la redditività, ma anche la prudenza e la stabilità debbono far guadagnare più soldi. Sono parametri tutto sommato di buon senso, in parte già anticipati in alcuni paesi come il nostro, dove l’autorità di controllo ha cercato di mettere qualche utile paletto anche ad un’altra scandalosa pratica: quella delle sontuose buonuscite del tutto scollegate dai reali risultati raggiunti.

Si possono poi individuare altri criteri: un noto professore di Harvard, Lucian Bebchuk, successivamente diventato consigliere di Kennet Feinberg, definito amichevolmente lo «zar dei compensi», e cioè quel personaggio nominato da Obama per fare il cane da guardia delle retribuzioni dei manager delle banche salvate dal governo, ha chiesto di legare le remunerazioni al valore dei titoli obbligazionari delle banche. Non sono mancate le proposte di imporre la restituzione dei guadagni già intascati in caso di mancato raggiungimento dei risultati, fino ad arrivare alle soluzioni più drastiche, come la definizione per legge di tetti massimi, o una pesante tassazione dei bonus.

Qui, però, il pericolo è che venga fuori tanto fumo e poco arrosto: mettere vincoli così rigidi potrà soddisfare, nell’impossibilità di pubbliche esecuzioni, i desideri di vendetta popolare, ma serve a poco e può divenire un’arma a doppio taglio, poiché comunque gli incentivi a chi lavora bene si danno; il pericolo è, o che vengano occultati in altre forme o, nel caso della tassazione, che si realizzi una selvaggia concorrenza tra i paesi con carichi fiscali più leggeri nella ricerca dei migliori manager.

Regole tanto draconiane quanto inutili possono essere evitate facendo qualcosa in più rispetto a quanto già chiedono i controllori, ad esempio legando i bonus anche a parametri che prendano come riferimento la media complessiva dell’andamento delle retribuzioni di tutti quelli che lavorano in banca, il tasso di occupazione dei dipendenti (se nel corso dell’anno ci sono stati drastici tagli e licenziamenti, è giusto che un manager si veda riconosciuti stratosferici bonus?), oppure il grado di soddisfazione dei clienti, oppure ancora obiettivi di sostenibilità sociale dell’attività svolta. Una diffusione e pubblicizzazione di questi criteri, oltre a diminuire il grado di antipatia verso i banchieri, sarebbe una misura concreta e visibile per riconquistare fiducia e, diciamolo pure, dignità. Altrimenti, poi, è inutile lamentarsi se qualcuno si arrabbia e agisce, metaforicamente parlando, con la mannaia.



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