Il lungo addio by Il lungo addio (2022) romanzo g

Il lungo addio by Il lungo addio (2022) romanzo g

autore:Il lungo addio (2022) romanzo g
La lingua: ita
Format: epub
editore: Adelphi
pubblicato: 2022-10-25T00:00:00+00:00


26

Il mex aveva una camicia sportiva a quadri bianchi e neri, pantaloni neri con abbondanza di pinces, scarpe bianche e nere di daino, immacolate. I capelli neri e folti erano spazzolati all’indietro e brillavano per via di qualche olio o pomata.

«Señor...» ha detto, abbozzando un breve e sarcastico inchino.

«Aiuta Mr. Marlowe a portare mio marito di sopra, Candy. È caduto e si è fatto un po’ male. Mi spiace per il disturbo».

«De nada, señora» ha detto Candy con il sorriso sulle labbra.

«Credo che andrò a dormire» mi ha detto Eileen Wade. «Sono esausta. Candy è a sua completa disposizione».

Si è avviata lentamente su per le scale. Candy e io l’abbiamo guardata.

«Che bambola» ha detto, in tono di confidenza. «Lei passerà qui la notte?».

«Non credo proprio».

«Es lástima. È molto sola, la signora».

«Togliti quel luccichio dagli occhi, ragazzo. E mettiamo a letto il signore».

Ha guardato con aria triste il padrone di casa che russava sul divano. «Pobrecito» ha mormorato, come se davvero ci tenesse. «Borracho como una cuba».

«Sarà anche sbronzo marcio, ma di certo non è leggero» ho detto. «Prendilo per i piedi».

Lo abbiamo trasportato in due, e anche così pesava come una bara di piombo. In cima alle scale abbiamo attraversato il ballatoio, passando davanti a una porta chiusa. Candy l’ha indicata con il mento.

«La señora» ha detto sottovoce. «Se bussa piano, magari la fa entrare».

Non ho detto niente perché avevo bisogno di lui. Abbiamo proseguito con quella carcassa d’uomo e siamo entrati in una stanza dove l’abbiamo scaricato sul letto. A quel punto ho afferrato il braccio di Candy nella parte alta vicino alla spalla, dove fa male ad affondarci le dita. Gli ho fatto male. Ho notato una piccola smorfia, ma poi la sua espressione si è indurita.

«Qual è il tuo vero nome, cholo?».

«Giù le mani» ha ribattuto secco. «E non mi chiami cholo: non sono messicano. Mi chiamo Juan García de Soto y Sotomayor. Sono cileno».

«Okay, Don Juan, cerca di comportarti come si deve. E pulisciti la bocca quando parli della gente per cui lavori».

Si è divincolato e ha fatto un passo indietro, gli occhi neri ardenti di rabbia. Ha infilato una mano nella camicia e ha tirato fuori un coltello lungo e sottile. L’ha tenuto in equilibrio sulla punta, appoggiato alla base del pollice, praticamente senza guardarlo. Dopo di che ha abbassato la mano e l’ha afferrato al volo per il manico. Un movimento fulmineo, senza sforzo apparente. Ha sollevato la mano all’altezza della spalla e l’ha fatta scattare in avanti, mandando il coltello a conficcarsi, vibrante, nel telaio di legno della finestra.

«Cuidado, señor!» ha detto con un ghigno sprezzante. «E tenga a posto le manacce. Con me non si scherza».

Ha attraversato la stanza con agilità e ha tolto il coltello dal legno, quindi lo ha lanciato verso l’alto, si è girato di spalle e l’ha ripreso dietro la schiena. Infine, in un baleno, il coltello è scomparso sotto la camicia.

«Niente male,» ho detto «ma un po’ troppo lezioso».

È tornato verso di me con un sorriso di scherno.



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