Odissea. Le avventure di Ulisse. (Miti oro) (Italian Edition) by unknow

Odissea. Le avventure di Ulisse. (Miti oro) (Italian Edition) by unknow

autore:unknow
La lingua: ita
Format: epub
Amazon: B0062ZYZ9O
editore: Dami Editore
pubblicato: 2010-11-11T00:00:00+00:00


CANTO XIII

Per Ulisse, il giorno seguente è davvero lunghissimo a passare. I suoi occhi corrono di continuo al porto, dove oscillante sull’acqua attende la nave che lo deve trasportare a Itaca. I doni dei Feaci sono già tutti imbarcati; Alcinoo però non ha fretta di congedare il suo ospite famoso. Al banchetto seguono sacrifici, ai sacrifici un nuovo banchetto; alla fine di questo Ulisse si alza e dice: «Alcinoo, e voi tutti: possiate vivere felici e a lungo, e nessun male colpisca il vostro popolo così generoso! E che io possa vedere la mia cara sposa!»

Le coppe vengono allora riempite per l’ultimo brindisi. Ulisse augura felicità alla regina Arete, poi, preceduto da un araldo e seguito da schiavi che portano mantelli, tuniche, pane e vino, si avvia alla nave e vi sale, pieno di emozione; frattanto i marinai prendono posto ai remi, per manovrare e uscire dal porto. Il sole intanto è tramontato, e qualche stella brilla nel cielo.

Ulisse è stanco: non per la fatica, ma per l’emozione. Sta per cominciare, e lo sente, l’ultima fase del suo viaggio interminabile. Si stende su di un mantello e si addormenta.

Dorme profondamente, mentre i Feaci, usciti dal porto, alzano le vele; continua a dormire, mentre l’aguzza prora taglia sicura il mare. È immerso nel sonno ristoratore, quando appare laggiù nella luce dell’alba il profilo aspro di Itaca.

C’è, a Itaca, una cala tranquilla, un porticciolo naturale, nel quale l’acqua è trasparente come un cristallo. I Feaci entrano in quel porto e, senza destare Ulisse, a braccia lo trasportano a terra, sistemandolo sotto un olivo secolare. Tutto attorno, dispongono i loro doni: poi, se ne vanno.

Vanno, ahimè, verso una sorte molto triste. Infatti Nettuno, che ha visto ciò che hanno fatto, si è precipitato da Giove: «Padre di tutti gli dei» ha esclamato «non posso accettare che Ulisse sia tornato in patria così, pieno di doni, dormendo tranquillo, trasportato come un re trionfante. Chiedo vendetta!»

«E vendetta prendi, Nettuno!» ha risposto Giove. Così, mentre la nave che ha trasportato Ulisse a Itaca sta per rientrare all’isola dei Feaci, accade qualcosa di terribile: i marinai hanno già ammainato le vele, e si sono messi ai remi per l’ultima manovra, già dalla riva amici e compagni salutano agitando le mani, quand’ecco che nave e uomini vengono trasformati in un grande e nero scoglio!

Intanto a Itaca, Ulisse si è destato. Non vede, attorno a sé altro che nebbia. Sgomento, dice: «Ma dove sono? Non certo a Itaca, perché nella mia isola non vi è mai nebbia così fitta! E dove, allora? Dove mi hanno sbarcato i Feaci? Che mi abbiano tradito? No, perché qui ci sono i loro doni! E allora?» Così balbettando, con il cuore come colpito da una freccia, si aggira smarrito nella nebbia, e improvvisamente vede apparire un pastore.

«Dimmi» gli chiede subito «amico mio, dimmi, dove siamo? Come si chiama questa terra che calpestiamo?»

«Il luogo dove siamo, è l’isola di Itaca» risponde il pastore.

«Itaca… ne ho sentito parlare. Io vengo da Creta. Sono fuggito di là perché accusato di aver ucciso un uomo.



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