Opere filosofiche by George Berkeley

Opere filosofiche by George Berkeley

autore:George Berkeley
La lingua: ita
Format: epub
editore: UTET
pubblicato: 2013-05-02T16:00:00+00:00


1. Cfr. NTV, § 46.

2. Per quanto riguarda il problema (evidenziato da S. Johnson nella sua corrispondenza filosofica con Berkeley) che l’ammissione di «archetipi» — menzionati alcune volte nei DHP, oltre che nei PC, entry 823 cit. e nel TK, §§ 9, 71, 75 e 99 — costituisce per la filosofia berkeleiana, si rimanda all’Introduzione, supra, p. 31 sgg. Il termine, riferito agli oggetti materiali esterni, compare nell’Essay di Locke (II, 30, 1; II, 31, 1; IV, 4, 11).

3. Hylas espone qui la fisiologia cartesiana della sensazione, come risulta dalla Dioptrique (1637) e dall’Homme (1664);essa fu sostanzialmente accettata sia da Malebranche, sia da Locke (Essay cit., II, 8, 12), sia da Newton — i quali, tuttavia, non elaborarono teorie autonome e compiute.

4. In un quaderno di appunti giovanili, che risale agli anni 1664-65, I. Newton era giunto a conclusioni analoghe: cfr. Certain philosophical questions: Newton’s Trinity notebook (ed. by J. E. McGuire, M. Tamny), Cambridge, Cambridge University Press, 1983, cap. IV. Cfr. anche NTV, § 119.

5. Questo problema fondamentale della percezione — il passaggio, cioè, dall’evento fisico-fisiologico a quello psicologico — era stato posto con grande chiarezza da J. Locke, insoddisfatto delle soluzioni cartesiana (che faceva della ghiandola pineale la sede dell’anima) e malebranchiana (che prevedeva l’intervento diretto di Dio): cfr. Examination of P. Malebranche’s opinion of seeing all things in God (1706), § 10.

6. Per le «anticipazioni» berkeleiane della teoria kantiana del sublime, cfr. anche TK, § 152; Writings of natural history, in Works (ed. by A. A. Luce and T. E. Jessop), vol IV, pp. 239-64 (di prossima pubblicazione in traduzione italiana, a cura di chi scrive) e Viaggio in Italia (a cura di M. Fimiani e T. E. Jessop), Napoli, Bibliopolis, 1979 (specialmente l’Introduzione di M. Fimiani, p. 54).

7. Il riferimento è alla seconda legge di Keplero, enunciata nell’Astronomia nova (1609).

8. Si noti il tono bruniano e pascaliano di questa descrizione.

9. Cfr. TW, § 8. Sulla duplice prova berkeleiana dell’esistenza di Dio (l’argomento della passività e quello della continuità delle idee), cfr. J. BENNETT, Locke, Berkeley, Hume. Central themes, Oxford, Clarendon Press, 1971, cap. VII, §§ 35-37; cfr. anche M. GUEROULT, Berkeley. Quatre études sur la perception et sur Dieu, Aubier, Montaigne, 1956, étude III e M. R. AYERS, Divine ideas and God’s existence, in E. SOSA (ed.), Essays in the philosophy of George Berkeley, Dordrecht-Boston-Lancaster-Tokyo, Reidel, 1987, pp. 115-28. Sull’argomento del linguaggio divino, a volte identificato con i primi due, altre volte distinto dagli interpreti, cfr. A. D. KLINE Berkeley’s divine language argument, ivi, pp. 129-42.

10. Giulio Cesare (Lucilio) Vanini (1584-1619), filosofo naturalista e libertino: averroista, panteista, sostenitore dell’eternità del mondo e della mortalità dell’anima, fu condannato al rogo dall’Inquisizione. Si veda J. S. SPINK, Il libero pensiero in Francia da Gassendi a Voltaire, Firenze, Vallecchi, 1974 (ed. orig. 1960).

11. Si tratta della celebre dottrina malebranchiana, ripresa in Inghilterra da John Norris. Berkeley aveva insistito sull’originalità del suo immaterialismo anche in TK, § 67 sgg. e 148 e nella lettera a Percival del 27 novembre 1710: cfr.



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