Viaggio in Portogallo by José Saramago

Viaggio in Portogallo by José Saramago

autore:José Saramago [Saramago, José]
La lingua: ita
Format: epub
ISBN: d782efe6d887580f0604b5fbf20e3e8f8d9ec393
editore: Feltrinelli Editore


Il popolo delle pietre

Ai tempi della propria gioventù, il viaggiatore aveva un dono che in seguito ha perduto: volava. Era però una qualità che lo distingueva radicalmente dal resto dell’umanità, e quindi lui la serbava per le ore segrete del sogno. Usciva dalla finestra nelle prime ore del mattino e volava sopra le case e i giardini, e, siccome si trattava di un volo magico, la notte diventava giorno chiaro e si emendava così l’unico difetto di una simile navigazione. Il viaggiatore ha dovuto aspettare tutti questi anni per riacquistare il dono perduto, chissà se per una sola notte, e comunque probabilmente lo deve a un’ultima ricompensa di Endovélico che, non potendo compiere il miracolo materiale di dissipare le brume, le ha ricostruite nel sogno per soddisfare il viaggiatore. Nel risvegliarsi, questi si ricorda di aver volato sopra la serra da Estrela, ma siccome nei sogni non c’è certezza, come si suol dire, preferisce non raccontare quanto ha visto per non subire la frustrazione di non trovare qualcuno disposto a credergli.

Ha aperto la finestra della camera, cioè, ha scostato la tenda, ha asciugato il vapore acqueo che si era condensato durante la notte sul vetro e ha sbirciato fuori. La serra era ancora incappucciata di nuvole, più basse di quelle di ieri: niente da fare. Il viaggiatore non può andare a fare la prova del nove alla realtà, sapere se corrisponda alla realtà di quanto ha sognato. Oggi, quindi, si rassegna a viaggiare per terre basse, e, per cominciare, fa un giro per Covilhã, che è una città di media altitudine. È andato alla Chiesa di São Francisco, dove c’è un magnifico portico, e qualcos’altro di un certo interesse: i due portali a ogiva e le cinquecentesche cappelle tumulari.

Le statue giacenti sono inappuntabili, un po’ fredde, ma l’insieme acquista valore plastico grazie alla penombra di quel luogo appartato. Da lì è andato alla Cappella di São Martinho, rassegnato a vederla solo dall’esterno. Restaurata di fresco, il tempo non ha ancora potuto ammorbidire le pietre, unirle a quelle più antiche che hanno la stessa tonalità della pelle battuta da molto sole e molto vento. È un edificio romanico, di estrema semplicità, una casa per aggregare i fedeli senza grandi pretese estetiche. Ma chi ha concepito la feritoia che si apre sopra il portale conosceva il valore dello spazio e il modo di organizzarlo.

Da Covilhã il viaggiatore ha deciso di andare a Capinha. Non lo spingono motivi particolari, se non la strada romana che sarebbe una diramazione di quella che, proveniente da Egitânia, proseguiva per Centum Cellas. A quel tempo, Capinha si chiamava Talabara, un nome che dev’essere parente prossimo delle Talavera castigliane, a meno che non siano fantasticherie linguistiche del viaggiatore, persona molto meno erudita di quanto a volte possa sembrare. Capinha è un paese gradevole e dove facilmente si trova ciò che si cerca. Il viaggiatore posa il piede per terra, domanda al primo passante dove si trovi la strada romana e quello immediatamente l’accompagna, gli fornisce le indicazioni, salire questa traversa, attraversare alcuni campi, è lì.



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