Fidanzati dell'inverno. L'Attraversaspecchi - 1 (Italian Edition) by Christelle Dabos

Fidanzati dell'inverno. L'Attraversaspecchi - 1 (Italian Edition) by Christelle Dabos

autore:Christelle Dabos [Dabos, Christelle]
La lingua: ita
Format: epub
editore: Edizioni e/o
pubblicato: 2018-04-22T16:00:00+00:00


Renard

La seconda prova di Ofelia in quanto valletto era appena cominciata. Cosa doveva farne dei bauli? Berenilde era andata a ballare senza darle la minima direttiva. La nonna e la zia Roseline erano perse tra la folla. Ofelia si ritrovava sola sotto le stelle tra due salici piangenti e il carrello dei bagagli da piazzare. Archibald aveva detto che avrebbe alloggiato Berenilde nei propri appartamenti, ma Ofelia non poteva certo entrare nel castello come fosse casa sua. E poi chissà dov’erano quegli appartamenti. L’inconveniente, quando si è muti, è che non si possono fare domande.

Rivolse qualche occhiata incerta ai domestici che servivano i rinfreschi in giardino sperando che capissero il suo imbarazzo, ma quelli distoglievano lo sguardo con aria indifferente.

«Ehi, tu!».

Un valletto che indossava una divisa identica a quella di Ofelia si stava dirigendo verso di lei a passo di carica. Era quadrato come un armadio e aveva capelli così rossi che sembravano avergli preso fuoco sulla testa. Ofelia ne fu impressionata.

«Si batte la fiacca, eh? Appena i padroni voltano le spalle, subito con la testa fra le nuvole!».

Sollevò una mano grande come una palanca, e Ofelia pensò che volesse darle uno schiaffo, invece le dette una pacca sulla schiena con gesto amichevole.

«In questo caso andremo d’accordo. Mi chiamo Renard, e sono il re degli scansafatiche. Non eri mai stato qui, vero? Avevi un’aria così smarrita che mi hai fatto pena. Seguimi, amico!».

Il valletto impugnò il carrello e lo spinse davanti a sé come fosse una carrozzina.

«In realtà il mio vero nome è Renold» continuò in tono allegro, «ma tutti mi chiamano Renard. Sono al servizio della nonna del padrone mentre tu, fortunello, fai lo schiavetto di madama Berenilde. Mi venderei un occhio per avvicinare quella donna!».

Si baciò le dita con passione e scoprendo le labbra in un sorriso cupido rivelò canini bianchissimi. Ofelia, affascinata, gli camminava accanto senza smettere di guardarlo. Quel Renard le faceva venire in mente una fiammata di caminetto. Doveva avere una quarantina d’anni, ma dimostrava l’energia di un giovanotto.

Posò su Ofelia due occhi stupiti, verdi come smeraldi.

«Non parli molto, eh? Sono io che ti faccio quest’effetto o sei sempre così timido?».

Ofelia, con l’aria di non poterci fare niente, si tracciò col pollice una croce sulle labbra.

«Sei muto?» ridacchiò Renard. «Furba, la Berenilde! Lei sì che sa come circondarsi di gente riservata. Spero che tu non sia anche sordo. Capisci quello che dico?».

Ofelia fece di sì con la testa. Il tipo aveva un accento duro come la pietra, tuttavia meno pronunciato di quello di Pistacchia.

Renard imboccò col carrello un sentiero lastricato che girava intorno al castello e ai giardini tra due siepi perfettamente tagliate. Oltrepassarono un portico in pietra che dava su un vasto cortile posteriore. Non c’erano lampioni, ma la luce delle finestre al pianterreno stagliava rettangoli dorati nella notte. I vetri erano ricoperti di vapore, come se all’interno regnasse un calore infernale. Lungo i muri, comignoli di stufa buttavano fuori fumo in abbondanza.

«Le cucine» spiegò Renard. «Lezione numero uno, amico, non ficcare mai il naso nelle cucine di Chiardiluna.



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