La canzone di Achille by Miller Madeline

La canzone di Achille by Miller Madeline

autore:Miller Madeline [Madeline, Miller]
La lingua: ita
Format: epub
editore: Sonzogno
pubblicato: 2013-05-28T22:00:00+00:00


17

Ma prima ad Aulide. Aulide, un indice proteso di terra con una costa così lunga da accogliere tutte le nostre navi. Agamennone aveva dato ordine al suo potente esercito di radunarsi in un unico luogo, prima della partenza. Forse un messaggio, una dimostrazione visibile della forza della Grecia oltraggiata.

Dopo cinque giorni trascorsi a solcare le acque turbolente che circondavano Eubea, oltrepassammo l’ultima insenatura dello stretto, ed ecco Aulide. Apparve all’improvviso come se un velo fosse stato squarciato: la costa gremita di imbarcazioni di ogni tipo, colore e dimensione, la spiaggia coperta da uno stuolo di migliaia e migliaia di uomini. Più in là, le sommità di tessuto delle tende si allungavano a perdita d’occhio, vessilli dai colori squillanti a segnare i padiglioni dei re. I nostri uomini faticavano ai remi, guidandoci verso l’ultimo spazio vuoto rimasto lungo la riva, capace di ospitare la nostra intera flotta. Da cinquanta prue vennero calate le ancore.

I corni suonarono. I mirmidoni scesi dalle altre navi fendevano le onde con foga per raggiungere la spiaggia. E ora si fermarono attorno a noi, sul limitare dell’acqua, le bianche tuniche scosse dal vento. Come in risposta a un segnale che non riuscimmo a vedere, cominciarono a ripetere in coro il nome del principe, duemilacinquecento uomini all’unisono. A-chil-le! Tutti quelli che si trovavano sulla lunga riva si voltarono verso di noi – spartani, argivi, micenei, e tutti gli altri. La notizia si propagò rapida, passando da un uomo all’altro. Achille è qui!

Mentre i marinai abbassavano la passerella, li guardammo radunarsi, re e soldati. Da quella distanza non riuscivo a scorgere i volti dei principi, ma riconobbi i vessilli portati dai loro scudieri: lo stendardo giallo di Odisseo, quello azzurro di Diomede, e poi il più sgargiante, il più grande di tutti, un leone in campo porpora, il simbolo di Agamennone e di Micene.

Achille mi guardò, trasse un profondo respiro; la folla esultante di Ftia non era niente in confronto a quello spettacolo. Ma questa volta era pronto. Me ne accorsi per il modo in cui gonfiò il petto, per l’intensità dei suoi occhi verdi. Raggiunse la passerella, vi salì e si fermò. I mirmidoni continuavano a gridare il suo nome, ma adesso non erano più gli unici, altri nella folla si erano uniti a loro. Un capitano mirmidone dal petto ampio si portò le mani a coppa attorno alla bocca. «Principe Achille, figlio di re Peleo e della dea Teti. Aristos achaion!»

Come in risposta, vi fu un mutamento nell’aria. La luce del sole irruppe nel cielo sfolgorante e si riversò su Achille, scorrendo sui suoi capelli e lungo la sua schiena e sulla sua pelle, trasformandolo in oro. Di colpo, lui sembrò più imponente, e la sua tunica, spiegazzata per il viaggio, si fece di nuovo liscia fino a splendere bianca e immacolata come una vela. I suoi capelli catturarono la luce come un fuoco guizzante.

Gli uomini restarono a bocca aperta, e si levarono altre esclamazioni di tripudio. Teti, pensai. Non poteva trattarsi di nessun altro. Stava evocando la natura divina di Achille, ammantando con essa ogni centimetro della sua pelle.



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