I racconti della maturità by Anton Čechov

I racconti della maturità by Anton Čechov

autore:Anton Čechov [Čechov, Anton]
La lingua: ita
Format: epub
ISBN: 9788858823002
editore: Feltrinelli
pubblicato: 2015-09-16T22:00:00+00:00


II

Fra gli appassionati di spettacoli dilettanteschi, concerti e tableaux vivants a scopo benefico, il primo posto in città spettava agli Ažogin, che abitavano in una casa propria sul Corso dei Nobili; fornivano loro i locali, ogni volta, ed erano loro ad accollarsi tutti i fastidi e le spese. Questa ricca famiglia di possidenti aveva nel distretto circa tremila ettari di terreno e una sfarzosa villa, ma non amava la campagna e viveva estate e inverno in città. Era composta dalla madre, una signora alta, magra e delicata che portava i capelli corti, una camicetta corta e una gonna liscia alla maniera inglese, e da tre figlie che non venivano mai chiamate per nome, quando si parlava di loro, ma semplicemente la maggiore, la media e la minore. Tutte e tre avevano dei brutti menti aguzzi e un’antipatica pronuncia blesa, erano miopi, gobbe, vestite come la madre, e nonostante ciò partecipavano immancabilmente a ogni rappresentazione e facevano continuamente qualcosa a scopo benefico: suonavano, recitavano, cantavano. Erano molto serie e non sorridevano mai, e anche nelle farse musicali recitavano senza il minimo brio, con un’aria positiva e spiccia, neanche si fosse trattato di contabilità.

Mi piacevano i nostri spettacoli, e soprattutto le prove, frequenti, un po’ sconclusionate, chiassose, al termine delle quali ci offrivano sempre la cena. Alla scelta delle commedie e all’assegnazione dei ruoli non prendevo parte alcuna. Io ero responsabile del lavoro dietro le quinte. Disegnavo le scene, riscrivevo i copioni, facevo il suggeritore, il truccatore, ed ero incaricato anche di preparare vari effetti sonori, come il tuono, il canto dell’usignolo eccetera. Non avendo una posizione sociale e un abito decoroso, alle prove me ne stavo in disparte, all’ombra delle quinte, e tacevo timidamente.

Disegnavo le scene dagli Ažogin, nella rimessa o in cortile. Mi aiutava un imbianchino o, come si definiva lui, un appaltatore di lavori d’imbiancatura, Andrej Ivanov, un uomo sulla cinquantina, alto, magrissimo e pallido, col petto incavato, le tempie incavate e le occhiaie, perfino un po’

spaventoso a vedersi. Soffriva di qualche malattia che lo consumava, e ogni autunno e ogni primavera dicevano che se ne stava andando, ma lui, dopo essere rimasto a letto per un po’, si rimetteva in piedi e poi diceva stupito: “E anche stavolta non sono morto!”.

In città lo chiamavano Red’ka1 e dicevano che era il suo vero cognome. Amava il teatro quanto me, e non appena gli giungeva voce che da noi si stava allestendo uno spettacolo, lasciava tutti i suoi lavori e veniva dagli Ažogin a dipingere gli scenari.

Il giorno successivo alla spiegazione con mia sorella lavorai da mattina a sera dagli Ažogin. La prova era fissata per le sette di sera, e un’ora prima dell’inizio erano già riuniti in sala tutti gli amatori, e sulla scena giravano la maggiore, la media e la minore, leggendo i loro quadernetti.

Red’ka, con un lungo cappotto rossiccio e la sciarpa avvolta intorno al collo, stava già in piedi, con la tempia appoggiata alla parete, e guardava la scena con espressione adorante. L’

Ažogina madre si avvicinava ora all’uno, ora all’altro ospite e a ciascuno diceva qualcosa di carino.



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