I bambini di Haretz by Rosa Ventrella

I bambini di Haretz by Rosa Ventrella

autore:Rosa Ventrella [Ventrella, Rosa]
La lingua: ita
Format: epub
editore: Mondadori
pubblicato: 2022-09-23T12:00:00+00:00


15

Il mattino seguente io e Frantz tornammo esattamente quelli di prima, schivandoci a vicenda e camminando a distanza. Per qualche motivo che io stessa non riuscivo a comprendere l’intimità della sera precedente ci aveva allontanati anziché unirci e resi sospettosi l’uno dell’altra. La pioggia era cessata, ma i nostri vestiti non ce l’avevano fatta ad asciugarsi e così pure i nostri pochi averi. Le scarpe avevano perso gran parte delle suole, i calzini si erano bucati in più punti e la pelle dei piedi sfregava contro la tomaia procurandosi delle piaghe. Il più gracile era Přežil, che tossiva da due giorni e respirava in modo affannoso.

Camminammo per qualche ora, prima di incontrare un nuovo bosco. Frantz continuava a studiare con meticolosità la sua cartina, ma non avevo idea di dove ci stesse conducendo, forse alla ricerca di altri campi di concentramento e bambini fuggiti da salvare. Non mi importava più. Avevo abbandonato il sogno infantile di poter raggiungere la Francia. L’Europa era troppo grande, i chilometri infiniti, la fame ormai cronica e le gambe divorate dal cammino. Saremmo morti tutti, qualcuno per gli stenti, qualcuno per il freddo, qualcun altro per le malattie. Persino Joseph andava lentamente perdendo la sua baldanza, Ruth e Thomas erano ormai poco più di fragili fili d’ossa, e János pure. Mi parlava poco, forse per risparmiare le forze, e io mi limitavo a guardarlo, fissarlo intensamente per trasmettergli, anche se solo con un’occhiata, tutto l’amore che provavo per lui.

Una sera, nel bosco, Frantz riuscì a catturare due lepri. Fu uno dei pochi momenti di gioia di quegli ultimi mesi. Ci riunimmo tutti intorno a un grande albero e Frantz eseguì il macabro rito di scuoiare le bestie e far sgocciolare il sangue, tingendo di rosso l’acqua del ruscello che scorreva lì accanto. Eravamo selvaggi, poco più che animali. Mangiammo trattenendo i conati di vomito, perché i nostri stomaci erano vuoti da giorni e nessuno osò parlare mentre addentavamo quella carne cruda, dura e ferrosa: era troppa la vergogna di non sentirsi più umani. Poi bevemmo l’acqua del ruscello come se fosse una fonte benedetta che, da sola, ci avrebbe preservati dalla morte.

Přežil venne colto da un nuovo accesso di tosse e vomitò quel poco che aveva mangiato. Scosse la testa perché non riusciva più a ingurgitare un solo boccone e venne a rannicchiarsi vicino a me, che pure in quel cammino non gli ero stata di grande aiuto e nemmeno di conforto, ma il mio corpo era probabilmente quanto di più simile potesse esserci al grembo materno. Lo raccolsi in un abbraccio, quel tenero mucchietto d’ossa, e mi meravigliai che fosse ancora tutto intatto e che non si disperdesse in milioni di particelle come il pulviscolo nell’alone di luce. D’istinto io e Frantz ci guardammo, forse riuscivamo ormai a intenderci anche solo attraverso i nostri silenzi. Přežil aveva sicuramente la febbre e non c’era alcuna possibilità che potessimo procurarci delle medicine. Mi portai una mano alla bocca per reprimere un singulto e restai paralizzata su



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